Fare un thriller al contrario: SCAPPA – GET OUT, di Jordan Peele

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Il poster italiano di Scappa – Get Out

Hitchcock

Sir Alfred: un nome che è diventato, a ragione, sinonimo di suspense.
Il regista britannico ne fece un leitmotiv del suo cinema: l’importanza della suspense nella costruzione di un thriller è l’elemento fondante per la sua riuscita.
Premessa doverosa: Jordan Peele -qui all’esordio- non è certo Hitchcock, né probabilmente lo sarà mai, tuttavia questo Scappa – Get Out regala alcune piccole chicche su come si possa costruire un buon thriller in maniera decisamente atipica e per certi versi innovativa.
C’è anche tutto un sottotesto critico (lampante, a dire il vero) verso quell’establishment bianco che vuole empatizzare a forza con la cultura black: i facoltosi dottori dell’America perbenista che elevano a mito i neri del ghetto non tanto per reale convinzione antirazzista, quanto per argomento da salotto.
Per 200 anni sono stati i bianchi a dettare le regole, ma adesso “il nero va di moda”, come dice uno dei comprimari.

Get White

Partiamo subito dal problema principale: Get Out ha un ritmo altalenante. L’introduzione è tipica: Chris e Rose si frequentano da alcuni mesi, lei vuole presentarlo ai suoi e lui si chiede se sappiano del colore della sua pelle, temendo che questa ricca famiglia del sud non veda di buon occhio una relazione interrazziale della figlia.
A una prima occhiata tutto sembra andare per il meglio: gli Armitage sono amichevoli, ci tengono a far sapere che non c’è nemmeno l’ombra del concetto di “white supremacy” nel loro nucleo familiare. Ben presto, però, diventa chiaro che qualcosa non quadra…
Un inizio troppo “pacato” rischia di condizionare negativamente la visione, ma all’improvviso tutto decolla con due sequenze in successione che fanno cambiare marcia all’andamento della trama.
La prima, che vede il protagonista ipnotizzato dalla madre di Rose, è pura suggestione visiva, arrivando come un fulmine a ciel sereno e senza fronzoli. Ma la seconda, quella della festa in giardino, già intravista in tutti i trailer, mette in moto la storia.
Non che da quel momento spariscano i problemi, anche perché il montaggio non risulta mai così raffinato da superare una certa macchinosità, ma la vicenda inizia a trascinare lo spettatore nello stesso “pozzo profondo” del protagonista.
In quel momento -volutamente- assurdo di confronto sociale tra il classico nero cresciuto tra mille problemi e i classici bianchi cresciuti nella bambagia che si illudono di comprenderlo, il film scopre tutte le sue carte. Qui si ride, anche se spesso di un riso esorcizzante.
E Peele fa anche qualcos’altro in quella scena: decostruisce completamente il senso del thriller che ha confezionato fino a quel momento con un’introduzione classica, che più classica non si può. Elimina la suspense, rimuove il desiderio di scoprire cosa stia succedendo, fa capire direttamente al pubblico tutto quello che altri mostrerebbero esplicitamente solo alla fine… e non lo fa per errore.
Tralasciando ulteriori implicazioni sociologiche di Get Out (dalla denuncia schiavista al ruolo “redentore” del cotone), vale la pena soffermarsi su un particolare puramente cinematografico.
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Scappa – Get Out

Rivelazioni e “spiegoni” mancati

Le cartucce non vengono sprecate tutte al primo tiro, ma è importante notare come la trama scorra senza comunicare un vero e proprio senso di pericolo. La vicenda del malcapitato Chris ci sta ovviamente a cuore, ma che ce la faccia o meno non ha tutta questa importanza nell’economia del film.
La parte finale si potrebbe definire come “telefonata” se non fosse palese la volontà del regista di scaricarla completamente in questo senso. Paradossalmente contiene più suspense la vicenda parallela -apertamente comica e riuscitissima- dell’amico rimasto in città, che cerca disperatamente di comunicare cosa stia succedendo in quell’angolo d’America alle autorità, non venendo assolutamente capito.
Le rivelazioni che Scappa – Get Out tiene in serbo arrivano dall’alto quasi senza pathos: in almeno un momento il regista gioca liberamente con questo concetto, con un “cattivo” voglioso di spiegare il piano in atto, ma frustrato dal menefreghismo della vittima.
E qui arriviamo al vero punto forte: nonostante tutto, nonostante queste decisioni bizzarre e anticonvenzionali, l’opera diretta da Peele funziona. Intrattiene e diverte, scorre senza troppi intoppi fino all’epilogo spettacolare e -volutamente- esagerato. Il progressivo aumento di velocità verso gli ultimi 15 minuti è gestito magnificamente e vale da solo il prezzo del biglietto.

Coagulazione

Alla fine della visione non ci si trova davanti a qualcosa che farà la storia del cinema, ma a un prodotto di genere che cattura l’attenzione egregiamente, e con inventiva, pur eliminando quegli elementi tipici su cui generalmente l’intrattenimento si fonda. E, in un’epoca dominata da remake, reboot, sequel e spesso anche film originali eseguiti freddamente secondo un manuale prestampato, scusate se è poco!

Alessandro Carpana

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