RomaFF11: MANCHESTER BY THE SEA, la recensione

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Kyle Chandler e Casey Affleck in Manchester by the Sea

“Non riesco a superarlo… non riesco a superarlo…”
Manchester by the Sea, Massachusetts, quieta città portuale scelta come metafora del ritorno alle origini e dell’accettazione e superamento dei propri errori (per quanto gravi che siano), così vicina a quel mare instabile e impetuoso che tanto richiama il mutevole carattere dell’essere umano.
La notizia della prematura dipartita del fratello maggiore Joe (Kyle Chandler) si manifesta come un fulmine a ciel sereno per il giovane Lee Chandler (Casey Affleck); eppure le radici del suo atteggiamento schivo e distaccato dal resto del Mondo risiedono in un altro oscuro avvenimento del suo passato di capofamiglia, al fianco della bella Randi (una Michelle Williams sul sentiero per la quarta candidatura agli Oscar). Investito del ruolo di guardiano tuttofare in un quartiere benestante di Boston, Lee ha ormai realizzato di aver detto addio per sempre a un’essenziale parte di sé che nulla e nessuno potrà restituirgli.
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Michelle Williams e Casey Affleck in Manchester by the Sea

Quello che il nostro protagonista non aveva previsto è che, alla sua morte, Joe gli ha affidato la custodia del figlio adolescente Patrick (Lucas Hedges). L’accostamento delle differenti indoli di zio e nipote è senza ombra di dubbio l’ingrediente chiave alla base del penetrante (per quanto asciutto) sentimentalismo della terza opera da regista del newyorkese Kenneth Lonergan. Lontani dall’inutile chiacchiericcio e dalle eteree convenzioni della grande città di Boston e con l’udito rivolto alla voce delle incessanti onde marine, due individui si cercano e si respingono senza sosta in un lento carosello di timidi affetti.
In Manchester by the Sea, passato e presente s’intrecciano sfiorandosi di continuo e confondendo lo spettatore, se non fosse per il sapiente utilizzo di determinati elementi narrativi (la presenza o meno dei personaggi di Joe e Patrick da bambino, ad esempio). Il tutto serve ad amplificare una concezione della Vita come eterna danza di gioie e dolori in egual misura. La pellicola di Lonergan pecca forse in una leggera presunzione di contenuti, provata dall’eccessiva e inutilmente dilatata durata di 135 minuti (di certo sontuosa, se paragonata all’intimità del dramma narrato), ma la crescente empatia nei confronti della coppia di protagonisti e di coloro che la circondano fa sì che il canto di quelle onde ci suoni rassicurante e più familiare di quanto potessimo inizialmente immaginare.
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