Rambo – Last blood, la migliore idea per un reboot – Recensione

rambo V

Si invecchia. Succede nella vita e succede nel cinema. Ma se nella quotidianità le persone più anziane possono ambire a una vaga promessa di pensione, nel mondo dell’intrattenimento i personaggi più iconici sono costretti a pagare la loro fama con sfide sempre più dure e impossibili.
Rambo – Last Blood vorrebbe essere il canto del cigno dell’iconico personaggio ma, a dirla tutta, assomiglia più allo scomodo momento in cui il lavoratore ormai stanco si reca all’INPS per calcolare l’ammontare della pensione.
Questo ennesimo capitolo, il quinto, è la comunione profanata tra il peggior serial tv tedesco e la copia sbiadita – e mal riprodotta – di Commando, in un concentrato di drammaticità e sterile sentimentalismo che poco s’addice alla natura della saga. Rambo si rifiuta di essere un “vuoto” intrattenimento, ma decide di riempirsi la bocca di tutti gli stereotipi e le semplificazioni da alt-right possibili. Passi la rappresentazione dei “cattivi cattivissimi”, super tatuati dallo sguardo torvo senza alcune pietà né motivazione. Passi l’idea di donna che, quando cerca di badare a sé in autonomia si caccia nei guai (per fortuna che l’uomo forte e spietato va a salvarla…). Diventa più difficile accettare, senza lacrime di ilarità, la rappresentazione del Messico come emblema del male assoluto, fatto di corruzione e malvagità senza alcuna possibilità di redenzione.

Gabrielle (Yvette Monreal) è una giovane a cui John Rambo (Sylvester Stallone) è molto legato. Spinta dal desiderio di trovare risposte dal passato, la ragazza decide di varcare il confine degli States alla ricerca del padre.
Chi guarda già intuisce il destino di Gabrielle. Ma vedere Rambo, dopo essere sopravvissuto a terribili atrocità, tra cui il Vietnam, deglutire con paura alla parola “Messico” scatena inevitabilmente l’inizio delle risate a scapito del film.
Last Blood è, paradossalmente, un film estremamente dialogato che proprio attraverso le parole pronunciate dai protagonisti conferma la difficoltà della sceneggiatura a costruire una pur minima parvenza di coerenza psicologica dietro alla condotta.

Complice una regia debole e farraginosa – inadatta a risollevare le sorti di un personaggio sacro del cinema mainstream come John Rambo -, il lungometraggio sprofonda gradualmente nella palude dell’impotenza, tra le sabbie mobili di uno script polveroso e poco ispirato che reclude l’azione in un lasso di tempo narrativo troppo breve (un vero peccato).
Eppure, sul finale, il film sembra proprio risvegliarsi e rispolverare la componente action tanto cara al franchise. Non in termini di qualità ma di intenzione. Gli ultimi 20 minuti sono infatti talmente paradossali e sopra le righe da diventare eccezionali. Un tripudio di violenza estrema, di folie de grandeur e machismo residuale: fiumi di porpora rosso sangue sgorgano impetuosi nel labirinto sotterraneo dove Rambo trascina i suoi nemici per combattere l’ultima battaglia. Una discesa negli inferi che si consuma in profondità e non in superficie, nel buio silente della terra che genera e incenerisce, che racchiude vita e morte. Scelta voluta? Ci piace immaginare di sì. Perché in fondo il fallimento di Rambo: The Last Blood, che non vede ragione di un’uscita theatrical, può essere il mezzo migliore per liberare il campo da ogni nostalgia e preparare un reboot con nuovo cast e vero team in regia.

Viene infatti voglia di inginocchiarsi e supplicare l’industria di lasciare in pace i nostri ricordi, i nostri miti, le nostre (poche) certezze. Bisogna essere astuti cospiratori al solo pensiero di sabotare un nuovo un progetto del franchise di Rambo. Bisogna essere altrettanto autolesionisti a immaginare di fare peggio di così, perdendo ogni serietà e capacità di criticare l’America di oggi. Adrian Grunberg riesce, con un colpo di genio, ad ammettere e abbracciare il disastro di film che ha creato e, per contrasto, a farci amare come non mai il Rambo fermo nella nostra mente al 1982, che era un simbolo unico e ineluttabile. Ora del guerriero resta solo il nome nella locandina. Sta allo spettatore non accettarlo.
Gabriele Lingiardi & Andrea Rurali

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