RACHEL, il dramma dell’essere un dramma – Recensione

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Mia cugina Rachele
Rachel Weisz e Sam Claflin in Mia cugina Rachele
rachel recensione
Rachel Weisz e Sam Claflin in Rachel
Rachel è uno di quei classici drammi all’inglese che hanno reso celebri grandi autori come, ad esempio, James Ivory (quest’anno vincitore dell’Oscar alla miglior sceneggiatura per Chiamami Col Tuo Nome). Purtroppo le assonanze con i film dell’artista americano finiscono qui.
Tra scelte di casting polarmente opposte quanto a efficacia, una regia indecisa e una messinscena troppo verbosa, Rachel non riesce mai a decollare o a trovare una direzione, barcamenandosi tra una scena e l’altra senza coesione.

BROMANCE FUORI CAMPO

La vicenda parte dopo aver brevemente introdotto il rapporto tra i cugini Philip (Sam Claflin) e Ambrose. Quando il primo rimane orfano da piccolo, il secondo, più grande, lo adotta come un figlio, crescendolo con tutte le attenzioni. Ma problemi di salute costringono Ambrose a trasferirsi in Italia dall’Inghilterra, lasciando il giovane Philip da solo.
Notizie discordanti e lettere allarmanti su Rachel, la donna che ha laggiù sposato (Rachel Weisz) spingono Philip verso Firenze, dove troverà la casa del cugino disabitata e l’avvocato della moglie (Pierfrancesco Favino) a informarlo della morte di Ambrose.
Sconvolto, rientra a Londra per attendere l’arrivo della vedova, verso cui nutre ormai un odio profondo, convinto che sia la causa della morte del cugino. Tuttavia, l’arrivo della donna causerà non pochi sconvolgimenti a Philip, cresciuto in un ambiente maschile venerando Ambrose e ignaro dei sentimenti che stanno per emergere.
rachel trailer italiano
Rachel Weisz e Sam Claflin in Rachel. Photo by Nicola Dove. Copyright Fox Searchlight 2017

APPARENZE

Roger Michell, sceneggiatore e regista, adatta il dramma di Daphne du Maurier dimenticando che la potenza di una singola scena scompare se non è inserita nel contesto del film.
Purtroppo l’impressione di assistere a una sequela di singoli, piccoli raccontini che si susseguono senza troppo impegno diventa evidente fotogramma dopo fotogramma. Se la confezione è curata, altrettanto non si può dire del contenuto. Per un adattamento giocato tutto sulle apparenze e su come queste possano ingannare, Rachel soffre proprio dello stesso male che denuncia: oltre al primo strato, meramente stilistico, non rimane molta sostanza.
Se Rachel Weisz buca lo schermo ogni volta che viene inquadrata, dominando la scena con una sicurezza invidiabile, Sam Claflin sembra spesso fuori posto. Il suo Philip è incapace di trasmettere il travaglio interiore che sta passando. La sua confusione è spesso più di forma che di sostanza, saltando dall’euforia alla mestizia davvero troppo velocemente. Nemmeno l’ottimo Iain Glen, nel ruolo del tutore del giovane, riesce a sollevare l’ultima fatica di Michell dalla mediocrità.
La spossante esecuzione porta alla luce sequenze di una lentezza esasperante. In mancanza di un vero e proprio appiglio a cui aggrapparsi per rimanere all’interno del racconto, non resta che lasciarsi cadere nell’inevitabile baratro scavato da Rachel. Un’opera che vorrebbe così tanto essere drammatica da diventare drammatica. Un film che vorrebbe essere sontuoso e invece risulta solo pretenzioso.