
“Lasciate ogni pretesa o voi che entrate“.
E’ questa la frase che dovrebbe essere affissa vicino ad ogni cartellone di Quel Bravo ragazzo, la nuova commedia di Enrico Lando con Luigi Luciano, in arte Herbert Ballerina. La ragione non è tanto legata alla qualità del film ma piuttosto al grado di intrattenimento dell’opera, perfetta nella sua leggerezza. Anche questo è cinema, o meglio, il cinema è anche questo.
Paperino incontra la mafia. Potrebbe essere descritta così l’esile trama di Quel bravo ragazzo: uno spietato boss mafioso, in punto di morte, ordina ai propri sicari di cercare il figlio che egli, anni prima, aveva avuto da una relazione mai riconosciuta. Il ragazzo si chiama Leone (Herbert Ballerina), nome paradossale data la sua goffaggine, e ama trascorrere le sue giornate a combinare guai insieme al parroco del paese, Don Isidoro (Maccio Capatonda), il quale ha protetto Leone come un figlio. Il ricongiungimento familiare è però brevissimo: Don Costabile muore poco dopo avere espresso le sue ultime volontà: Leone dovrà prendere la sua eredità e continuare il lavoro da lui iniziato con il clan, diventando un vero e proprio capo e uomo d’onore.
Inutile dire che gran parte della pellicola è giocata sull’high concept, classicissimo, dell’inadeguato in una posizione di potere. Ballerina veicola la propria comicità intrecciando lo slapstick con il non sense, in una sorta di commedia degli equivoci che incontra quella dell’assurdo (o meglio, dell’insensato) che è semplice ed essenziale come un one man show nei cabaret.
![]()