NELLA TANA DEI LUPI, la recensione del film d’azione con Gerard Butler

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Nella Tana dei Lupi
Gerard Butler in un'immagine del film Nella Tana dei Lupi
nella tana dei lupi recensione
Gerard Butler in un’immagine del film Nella Tana dei Lupi
C’è sempre una certa diffidenza (da parte di chi scrive) nei confronti di quei thriller che si avviano snocciolando inquietanti dati statistici sulla criminalità. Nella stragrande maggioranza dei casi fungono da dichiarazione di intenti, come a dire: metto le mani avanti, giustificando sullo schermo un agire violento e sregolato come ritratto, solo un po’ gridato, di una realtà che risulti il più fedele possibile. Peccato che poi le attese vengano puntualmente disilluse, e ci si trovi a fare i conti o con film d’azione violenti che, pur con eventuali pregi formali, non incidono in alcun modo sullo spettatore, divenendo muti a distanza di poche ore. Oppure, con prodotti di morale bieca, che tendono a rappresentare (o peggio esaltare) una giustizia senza sfumature o marziale, di strada.
Nella convinzione, comunque, che non ci si possa attenere soltanto a una così semplice distinzione, è pur vero che l’esordio cinematografico di Christian Gudegast è difficile da inquadrare anche solo attraverso questi parametri, perché conserva un po’ dell’uno e un po’ dell’altro.
Nella tana dei lupi dice subito molto di sé attraverso una serie di dati posti in apertura, fredda constatazione dell’attività criminale nella città di Los Angeles, in relazione alle rapine in banca. Ma è l’unico spunto fattuale, l’iscrizione che invita a lasciare ogni speranza, perché la cruenta spettacolarizzazione che il pubblico (giustamente) si aspetta è proprio dove la cerca, dietro l’angolo, a partire dall’energica sequenza che segue i cartelli iniziali: un assalto al portavalori pienamente cinematografico, raffinati piani per distrarre contanti esausti alla Federal Reserve (ricordate quella commedia con Diane Keaton e Ted Danson, 3 donne al verde?) con relativa ma sofferta realizzazione, ventilati inganni e tradimenti che poi ovviamente si scoprono fondati, con un epilogo robusto e coinvolgente ma dagli eccessi adrenalinici di uno sparatutto. Nella straordinaria ampiezza narrativa di 140 minuti circa, quello che il film concede è proprio un surplus d’azione con generose quanto discontinue licenze a psicologismi di vario titolo, nel tentativo forse di una generale umanizzazione che squadri i componenti sia della banda criminale (Pablo Schreiber e 50 Cent sugli altri), sia dei tutori della legge (fra tutti la figura principale è quella interpretata dallo statuario Gerard Butler), eludendo le più comuni banalità.
nella tana dei lupi
Gerard Butler in un’immagine del film Nella Tana dei Lupi
Ma mantenere gli equilibri, con le velleità e i tentativi strenui di originalità rispetto alla gran parte dei thriller d’azione (che di fatto non si può del tutto negare alla storia di Gudegast), è un’operazione delicatissima, con tante premesse che rischiano di vanificarsi o disperdersi fra le pieghe del racconto. Nell’ansia di voler plasmare ogni aspetto perché nulla sembri lasciato al dettaglio – sulla sceneggiatura si è lavorato per anni – alla fine si rimane con una struttura armata ma plastica, perfetta nei particolari tecnici relativi alle dinamiche action (asciugando tregue e respiri, accentuando l’eterna lotta fra bene e male) ma distratta nel complesso, nella sua unità, con la giustapposizione di numerosi momenti superficiali. Valgano, ad esempio, tutti i siparietti familiari, tragici o comici che siano, inutili ai fini narrativi; e anche l’impostazione di una storia di buoni contro cattivi in cui questi ultimi rispondono ad una ferrea etica professionale ed organizzativa, benché poveri di morale, mentre i tutori della legge pare abbiano imparato il mestiere dal Cobra di Stallone (evviva l’insubordinazione se porta a ristabilire l’ordine!) non è una gran novità.
Di veramente apprezzabile, a livello del visibile, c’è che l’esordiente Gudegast sa il fatto suo, e non cede alla tremenda tentazione di dare vivacità alla regia con uno spreco di macchina a mano, la tentazione di quella convulsione da videoclip che dà l’illusione del ritmo a scapito di un’attenzione stilistica più autentica: approfittando dell’ampia narrazione, il regista si prende i tempi tecnici per costruire la storia con la giusta forma. E ciò significa che, se per qualche ragione il contenuto non preoccupa, sul contenente c’è da fidarsi, e l’intrattenimento non cede il passo alla noia.
A. Cu.