MOTHERLESS BROOKLYN, la recensione del noir diretto e interpretato da Edward Norton

Motherless Brooklyn

MOTHERLESS BROOKLYN – I segreti di una città, photo courtesy of Fondazione Cinema per Roma

A quasi 20 anni dalla realizzazione di Tentazioni d’Amore, commedia romantica diretta e interpretata al fianco di Ben Stiller e Jenna Elfman, Edward Norton cambia genere di riferimento e, prendendo come spunto il romanzo noir “Brooklyn senza madre” di Jonathan Lethem, decide di ampliarne i confini, dilatando il microverso che si snoda attorno al suo singolare (e azzeccatissimo) protagonista.
Lionel Essrog è uno scaltro e maniacale investigatore di New York affetto dalla sindrome di Tourette, vera costante di appoggio nel graduale districarsi di un intreccio che rimbalza continuamente tra tonalità da “indagine noir” – nel puro senso del termine – e paternale di stampo politico nei confronti di un sistema che fonda le proprie radici in una sempiterna noncuranza del pianto di popolo.
Quando Frank Minna (Bruce Willis), capo e mentore di Lionel, viene assassinato a sangue freddo da un misterioso gruppo di uomini in giacca e borsalino, Lionel decide di mettere in moto i suoi colleghi dell’agenzia investigativa per far luce sul vero motivo dell’omicidio.
Chi sono quelle persone? Perché Frank stava indagando su di loro? Chi è la dolce ragazza di colore che Frank stava pedinando ormai da settimane?
Motherless Brooklyn

MOTHERLESS BROOKLYN – I segreti di una città, photo courtesy of Fondazione Cinema per Roma

Motherless Brooklyn è una fiaba metropolitana, intrisa di lotta politica e riscatto sociale; una storia di buoni di cuore che lottano per districarsi dalle insidie di una città tentacolare che sembra ormai un tutt’uno con la propria tossicità.
Sulla carta, l’intento di Norton appare nobile e avvincente ma, all’atto pratico, il risultato ottenuto dimostra un tale attaccamento al proprio genere di appartenenza, tanto da caricarne in maniera eccessiva i tratti distintivi. Il film diventa una mera caricatura di quel mondo, priva di ogni sorta di “sporcizia” (quindi, di fascino). La limpida fotografia di Dick Pope, seppur di alta qualità, è la massima espressione di un processo di pulizia che spoglia i bassifondi e le vene di corruzione di Brooklyn da quel marciume che tanto viene condannato, quanto mai fatto respirare.
Sullo sfondo della “città che non dorme mai”, si muove Lionel, paladino della giustizia senza macchia e senza paura… ma con qualche tic di troppo. A riconferma dell’ormai consolidata bravura del Norton attore, il “Brooklyn senza madre” del titolo (così solea chiamarlo lo stesso Frank) si confronta continuamente con una serie di manie compulsive che ostacolano i suoi tentativi di interfacciarsi con gli altri e creare legami al di fuori dell’ambiente lavorativo.
“E’ come avere un anarchico nella testa… desideroso però che ogni cosa vada esattamente al suo posto”.
Il “broken time” tipico del jazz anni ’50 che accompagna le vicende narrate si sposa perfettamente con la sensazione di vetri rotti che Lionel percepisce da sempre nel proprio cervello e con i voli pindarici che situazioni di forte stress o emozione possono causargli. Eppure, di rado ne riusciamo a cogliere l’intrinseca sofferenza. Il continuo abuso di alcuni espedienti reattivi, purtroppo, porta lo spettatore a ridere della suddetta condizione, piuttosto che a comprenderne la profonda gravità.
In conclusione, Motherless Brooklyn – I segreti di una città si dimostra una buona opera seconda, coesa e ottimamente interpretata, seppur intrisa di un eccessivo ottimismo e di una nitidezza di risultati che mal si accostano al suo filone di appartenenza e al tipo di oscurità, personale e sociale, che tenta di argomentare.

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