MONEY MONSTER – L’altra faccia del denaro, la recensione del film di Jodie Foster

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Il poster italiano di Money Monster – L’altra faccia del denaro
Lo spettro incombente della crisi, il magistero della speculazione… mediatica. È sulla psicologia, le azioni istintive, le tragedie interiori, il senso di giustizia privata e il potere dei mezzi di comunicazione che Jodie Foster costruisce la sua ultima  fatica, Money Monster, thriller solido ed ermetico sull’’infotainment che produce tensione in un’escalation costante di ansia, paura e nevrosi.
Lee Gates (George Clooney) è un presentatore bizzarro e sopra le righe che si occupa della conduzione di un programma televisivo incentrato sulla finanza, il Money Monster. Un giorno, durante la messa in onda, viene preso in ostaggio da un uomo armato, Kyle Budwell (Jack O’Connell), che minaccia di ucciderlo per via dei fallimentari suggerimenti d’investimento che lo hanno ridotto al lastrico. Deciso a compiere la sua vendetta, il sequestratore giura di far esplodere l’edificio se non avrà delle risposte soddisfacenti circa il tracollo delle azioni della multinazionale sulla quale  ha investito, che ha polverizzato 800 milioni di dollari nell’arco di una sola giornata, spazzando via i risparmi e i sogni di milioni di clienti, inclusi i suoi. Guidato tramite auricolare dalla regista Patty Fenn (Julia Roberts), il conduttore dovrà desistere e assecondare le richieste del suo rapitore mentre il mondo intero segue i risvolti della vicenda in diretta tv. Tra dubbi, compromessi e momenti di riflessione, emergerà una bruciante verità e un incredibile raggiro economico causato dall’avidità di un funzionario sfrontato e senza scrupoli. Ambientata negli interni di uno studio, la pellicola ricrea quel vortice di agitazione, panico e sgomento che già nel 2012 il filmmaker J. C. Chandor aveva condensato nel suo claustrofobico Margin Call, cavalcando, inoltre, l’onda tematica del più recente La Grande Scommessa di Adam McKay.
Money Monster - Photo: courtesy of Warner Bros.
Photo: courtesy of Warner Bros. Entertainment Italia
Inquadrato nei principi e fedele alle proprie intenzioni, il lungometraggio riprende lo schema di un plot classico, estrapolato dagli archetipi del cinema degli anni ‘80 e reso moderno grazie all’approccio pragmatico e risoluto della Foster. La sua cifra stilistica è visibile nella forma e nella sostanza dell’opera che, complice una sceneggiatura seminata e coltivata meticolosamente dagli autori (ad esclusione di alcune piccole debacle) prepara con cura l’antefatto per far decollare la storia a regola d’arte. Fra ordine e caos, è davanti all’occhio vigile delle telecamere (in stile “Grande Fratello” nel 1984 di George Orwell) che si consuma il dramma di un ragazzo in preda alla follia, determinato a conoscere il responsabile della frode per fargli confessare di aver sbagliato. Non una questione di soldi, bensì di colpevoli da mandare alla berlina dei media, alla mercé degli spettatori che guardano compiaciuti un reality atipico dove in gioco ci sono, però, le vite delle persone. L’etere non perdona, l’etere cattura, fotografa un soggetto e lo rende oggetto, abbatte filtri, barriere, pareti per dare al pubblico tutto ciò che si aspetta e, nel caso del film, riprendendo ogni singolo frammento per diffonderlo all’istante in modo crudo e impassibile, perché alla fine l’importante è che lo show vada avanti, o per citare un brano dei QueenThe Show Must Go On”.
Come un equilibrista che oscilla sulla fune, Money Monster gioca la sua partita con le carte della finzione e della realtà, con l’intento di spiazzare il pubblico e privarlo di ogni punto di riferimento. I dialoghi pungenti, il linguaggio cinico e tagliente, le atmosfere rarefatte sono amalgamate con un ritmo incalzante che vive di apici virtuosi nel montaggio e di inquadrature limpide, abili nel catturare le espressioni degli attori lasciandone trasparire le emozioni. I meccanismi distorsivi che talvolta plasmano il valore autentico delle notizie e gli effetti infami che ne derivano sono riproposti nel lungometraggio con credibilità e chiarezza, rimarcando una certa ossessione nel riprendere gli eventi; un’operazione di denuncia non semplice, considerato il rischio di scivolare nello spiraglio sibillino della retorica stucchevole o della banale demagogia.
Money Monster - Photo: courtesy of Warner Bros.
Photo: courtesy of Warner Bros. Entertainment Italia
Con una vena di sarcasmo mirata e decisa e lampi improvvisi di amaro umorismo, Jodie Foster traccia una parabola allegorica sull’universo della finanza e dello showbiz per raccontare un triste spaccato della nostra società, avvalendosi del grido di protesta di un libero ‘inquisitore’, troppo fragile e demolito dalla disperazione, che vuole smascherare gli imbrogli di un sistema corrotto ma finisce per subirne, inevitabilmente, le conseguenze. A rendere ancor più credibile le situazioni e a donare enfasi alle scene sono i protagonisti, in particolare George Clooney (memorabili i suoi balletti kitsch) e Jack O’Connell che sfoggiano performance articolate e sfavillanti durante l’intera rappresentazione. Nonostante le scariche emotive e le lacrime versate, Julia Roberts è abile nel calarsi nei panni del personaggio più impenetrabile e volitivo, di una donna autonoma e solitaria a cui la Foster affida le chiavi del finale (che non vi sveliamo), che conferma l’esito brillante di una pellicola concepita con grande acume e vocazione espositiva. L’altra faccia del denaro è brutale e insolente, feroce e spietata, e porta il nome di Money Monster.

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