LIFE, la recensione del film con Jake Gyllenhaal e Ryan Reynolds

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Il poster italiano di Life – Non Oltrepassare il Limite
Il difetto del pregiudizio è la principale spada di Damocle che pende sulla critica nostrana.
Mi si perdoni se, per parlare di Life, la nuova pellicola di fantascienza di Daniel Espinosa, mi concedo una parentesi. Chiedo venia in anticipo ma, credo, sia necessario concentrarsi, per un attimo, sui difetti che presenta l’esercizio della critica moderna.
Nessuno spettatore è mai scevro da pregiudizi quando si approccia ad un film. Quintali di trailer, tonnellate di materiale promozionale, ma anche l’esistenza di sequel o prequel creano aspettative che, per forza di cose, influenzano il giudizio legato al gradimento. Allo stesso modo, anche il giornalismo critico non è esente da questo vizio di forma. Siamo umani, è giusto che vada così.
Al giorno d’oggi, in un’epoca di classifiche, rating, stelline e semplificazioni, sembra che ogni prodotto audiovisivo debba rientrare in categorie ben precise, strutturate secondo una scala di valore. È uno strumento molto divertente, anche noi di CineAvatar lo usiamo per divertirci assieme ai lettori, per avere un metro di confronto da cui imbastire ragionamenti. Ci tengo però a sottolineare che classificare, inscatolare pellicole in diverse categorie, non è, e non deve essere, altro che un primo passo. Una sintesi di concetti ampi, messa in piedi per potere costruire un terreno comune con chi legge. Questa attività deve essere solo l’inizio di una messa a fuoco del prodotto che, inderogabilmente, non può fermarsi qui. Bisogna andare oltre la classificazione preventiva per guardare nel merito.
Il vero problema, e arrivo alla questione di oggi, ovvero Life, sta nell’impedire che queste “scatole di significato”, queste rigide classificazioni date da un incrocio tra aspettativa, critiche di chi ha già visto il film, e teoria dei generi, influenzino una lettura oggettiva.
Io credo che con Life in pochi (non escludo me stesso da questo discorso) siano riusciti a uscire indenni da un imperante pregiudizio.
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Life – Non Oltrepassare il Limite
Prima di arrivare in sala il lungometraggio di Espinosa era stato promosso come una sorta di guilty pleasure fantascientifico. Più o meno come accadde con John Wick, lo strepitoso film d’azione con Keanu Reeves, considerato un prodotto vendibile grazie alla scelta di cast, ma senza alcuna pretesa. Passano pochi minuti e Life, proprio come fece John Wick, inizia a giocare le proprie carte, a ricalibrare le aspettative, a dichiarare i suoi modelli. Non a caso, Espinosa guarda a Ridley Scott e Alfonso Cuaron (impresa non facile).
L’inizio di Life ricorda da vicino l’incipit di Gravity. Siamo all’interno della base spaziale, la cinepresa fluttua come un astronauta, un membro della missione, e osserva dalla torre di comando il recupero di importanti detriti spaziali. La sequenza è immersiva, girata in piano sequenza, introduce i personaggi con efficacia e ha senso all’interno dell’equilibrio narrativo. Per un film che, secondo la teoria delle “scatole” di genere, non avrebbe dovuto neanche avere i mezzi tecnici per imbastire un momento simile.
Il film procede poi come il più classico degli high-concept movie spaziali: una cellula aliena rianimata si evolve velocemente, decimando l’equipaggio per saziare la sua fame di energia. La missione degli astronauti si tramuta così da scientifica a una procedura disperata per contenere l’alieno e impedirgli di raggiungere la terra.
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Life – Non Oltrepassare il Limite
Life è quindi un onesto B movie come detto in lungo e in largo? No, non lo è. 
La pellicola diretta da Espinosa non è certo esente da difetti, tra cui il fatto di essere eccessivamente derivativa (non in grado di trovare un’estetica propria) e alcuni dialoghi non troppo curati. Ma come considerare di seconda categoria una pellicola che riesce, partendo da uno spunto visto e stravisto, a tenere incollati allo schermo dall’inizio alla fine, a stupire con un finale riuscitissimo, a sovvertire le aspettative presentando personaggi destinati a diventare protagonisti e ad eliminarli dopo pochissimi minuti?
Life è un film ambizioso, un divertissement consapevole di sé e di ciò che l’ha preceduto. Lo sviluppo degli eventi nel tempo viene scarnificato e minimizzato fino a raggiungere l’essenza narrativa tanto elogiata in Gravity (i cui dialoghi, per inciso, non erano certo memorabili e le implausibilità non troppo celate) o in Mad Max: Fury Road. Certo, Life non possiede lo stile, né il budget, dei due predecessori citati. Ma ha l’essenza e la portata giusta.
Sarebbe sciocco e ingiusto guardare a questo film solo sotto l’aspetto dei valori produttivi. Per ogni dialogo sterile o banale vi è infatti un tentativo di distinzione dei caratteri dei personaggi. Per ogni effetto speciale “povero” vi è una grande ambizione spettacolare. L’essenza della trama, o degli spunti di riflessione, viene compensata da un fascino per lo spazio, per la ricerca della vita, e per l’effetto che la scienza ha sulla vita, non indifferente. E poi l’azione, orchestrata magistralmente per tutta la sua durata, senza un calo di tensione, originata e sviluppata sempre in modo differente. Questo è Life: un prodotto originale (che spesso chiediamo a gran voce, in un periodo di sequel e remake, ma che non riusciamo ad apprezzare), che porta al massimo ciò che è, e ciò che può essere.
È necessario quindi chiudere con un appello, alla critica e agli spettatori: se sono in torto smentitemi pure, ma fatelo dopo avere approcciato questo film come un prodotto di prima qualità, osservatelo come se il suo budget fosse infinito. Sono convinto che scoprirete una pellicola divertente e affascinante come non se ne vedevano da tempo.

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