LA CURA DAL BENESSERE, contro il logorio della vita moderna

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Il poster italiano del film La Cura dal Benessere
La cura dal benessere è un film che tradisce sé stesso continuamente. La pellicola, che inizia come thriller psicologico prosegue infatti come fiaba gotica, dalle atmosfere vicine a quelle del cinema di Del Toro e, a ben vedere, a quelle di Matteo Garrone. Gore Verbinski fatica a restare coerente con le molte, forse troppe, idee che serve sul piatto.
A partire dal titolo, bellissimo e intrigante, il lungometraggio costruisce una tensione intrisa di critica sociale, salvo poi dimenticarsene completamente, dalla metà in poi, e smentirla sul finale.
Lockhart, interpretato magistralmente da Dane DeHaan, è un giovane lupo di Wall Street che ha sacrificato affetti e relazioni in funzione di una carriera da “24 ore su 24”. Quando l’azienda per cui lavora è travolta dalla crisi economica, Lockhart viene inviato sulle Alpi svizzere a recuperare l’amministratore delegato scomparso da settimane. Lockhart si troverà in una SPA dai contorni ambigui, sotto la quale si cela un terribile mistero.
La cura dal benessere è un’ammirabile prova originale, un astro solitario in un cinema fatto di remake e reboot. Il suo ritmo dilatato, la sua lunga durata, sono al contempo un netto strappo con la tradizione dei “90 minuti di idee originali” del cinema moderno, ma sono anche un grosso fardello.
Verbinski sembra dirigere solamente metà film. Alcune inquadrature tagliano il fiato per la loro bellezza, la cura per i paesaggi e la composizione sono strepitose. Quando Lockhart entra nel centro benessere per la prima volta è straordinaria l’efficacia con cui vengono fatti percepire gli spazi, la geometria dell’edificio, e la fisicità della scenografia.

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La critica alla società contemporanea degli affari è graffiante. Gli affaristi di successo sono in realtà le persone più sole al mondo, che nessuno va a cercare. La mente dell’uomo moderno tende a dissociarsi, a percepirsi malata, a respingere il logorio della vita in un lento suicidio assistito.
Dopo il primo atto cresce infatti la sensazione che La Cura dal Benessere sia stato completato dalla troupe di seconda unità. I colori bellissimi e drammatici si perdono in alcuni campi e contro campi in cui lo sfondo viene bruciato da un bianco degno delle peggiori serie tv. La qualità dei dialoghi crolla, assieme alla credibilità drammatica, con l’introduzione di una backstory deludente e fuori tesi.
L’atmosfera fantasy annacqua l’assai più interessante dipinto di una società morta, spenta, isolata. Il paradosso del titolo svanisce infatti con l’avanzare degli ultimi 20 minuti di (un poco riuscito) anticlimax. La spiegazione che viene offerta ai molti misteri è, purtroppo, insufficiente.

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La cura del benessere appartiene ad un genere cinematografico che spesso riesce a comunicare con il non detto. La forza, per film così, risiede nei vuoti, nei particolari sorvolati e non in quelli esplicitati. Gore Verbinski taglia invece in due la potenza suggestiva del lungometraggio raccontando troppo. Il regista presenta come senso compiuto un epilogo che non solo suscita perplessità, ma non chiude logicamente la tesi da cui ha preso le mosse.
La cura del benessere risponde infatti alle domande (non tutte, ma questo è forse un bene) che si pone il protagonista… ma non a quelle dello spettatore.     la cura dal benessere spiegazione

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