IL CLIENTE, la recensione del film di Asghar Farhadi

Il Cliente - Photo: courtesy of Lucky Red

Il Cliente – Photo: courtesy of Lucky Red

Dopo il pluripremiato Una Separazione (vincitore dell’Orso d’oro a Berlino, del Golden Globe e dell’Oscar come miglior film straniero nel 2012) e Il Passato, il cineasta iraniano Asghar Farhadi torna al cinema con il suo nuovo intenso lungometraggio intitolato Il Cliente.
Emad e Rana, una giovane coppia di attori teatrali, alla ricerca di un’abitazione dopo il cedimento dell’edificio in cui abitavano, trovano un appartamento grazie all’aiuto di un collega. Il luogo è però segnato dal passato della precedente inquilina, una prostituta: un giorno Rana viene aggredita da un vecchio cliente che fa inavvertitamente entrare in casa. Il trauma scardina in modo radicale la vita quotidiana dei due coniugi, trovare l’uomo e vendicarsi dell’affronto subito diventerà per Emad l’unica ossessiva ragione dell’esistere.
Il cinema di Asghar Farhadi rappresenta la più complessa e radicale incursione dell’etica nel panorama contemporaneo. Un’etica, certamente, senza precetti e ricette precostituite, che nasce piuttosto dal progressivo sfumarsi dei confini solo apparentemente netti tra giusto e ingiusto, fino a soglie in cui il giudizio morale diventerà totalmente indecidibile. Lo spettatore è portato in principio a partecipare nettamente per le ragioni di Emad (l’onore, la vendetta), ma solo fin tanto che il colpevole resterà coperto dalla coltre dell’anonimato generale. Quando si presenterà in carne ed ossa, in tutta la sua concreta miseria umana, ogni azione riparatrice dovrà fare i conti con la possibilità di un male ancora più incomprensibile e ingiusto di quello subito.
Il Cliente - Photo: courtesy of Lucky Red

Il Cliente – Photo: courtesy of Lucky Red

Esploratore delle zone grigie dell’esistenza, Farhadi si distingue nettamente da ogni forma cinematografica in cui il pubblico è abbagliato dalla possibilità di una catarsi: qui gli universali di onore e giustizia non contano più, il senso morale va ricercato nella concretezza singolare di ogni vita e nella desolazione ad essa legata. Il crollo iniziale dell’edificio in cui si viveva abitualmente, ed il trasferimento in una nuova casa frequentata da inaccettabili presenze notturne, rappresentano in questa direzione il percorso di spaesamento in cui ci guida il regista iraniano: lontano dal conforto delle nostre certezze ideali, verso un più prosaico e imprevedibile senso dell’umano.
Un viaggio narrativo figlio di quella stessa Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller – da cui Il Cliente trae liberamente ispirazione – che i protagonisti cercano di mettere in scena. Uno dei capolavori indiscutibili di quest’anno, punta di diamante in una cinematografia tra le più coerenti e rigorose della contemporaneità.
Giancarlo Grossi

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