GIRL, la recensione del film rivelazione di Lukas Dhont

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Victor Polster in un’immagine di Girl (2018)

È difficile immaginare un esordio più promettente con un film più umano e onesto: Girl, opera prima del ventisettenne belga Lukas Dhont, reduce da un simbolico trionfo a Cannes 71 (Caméra d’Or al regista, miglior attore allo straordinario Victor Polster nella sezione Un Certain Regard, premio Fipresci e Queer Palm), e ora inserito nell’iniziale selezione dell’Academy del miglior film straniero, è una rivelazione, uno di quei titoli che lasciano un segno indelebile.
Certo, il palmares parla chiaro, ma è solo lo specchio di un’eccellenza che, pur negli illustri esordi, ha radici già molto profonde. Prendendo a riferimento una storia reale, il regista ha lavorato a lungo su una sceneggiatura al contempo compassionevole e brutale, fino a plasmare – con uno sguardo così teneramente consonante alla storia da spingere ad una commozione sincera – Lara, giovane ragazza nata nel corpo di un ragazzo («era convinta di essere una ragazza malgrado la biologia non fosse d’accordo», dice Dhont parlando della storia che l’ha ispirato). E il regista in effetti si concentra pressoché unicamente su di lei: il suo occhio la segue senza sosta, ne coglie ogni lieve espressione, fa risuonare ogni giusta espressività lasciandola libera di esprimersi, rende superflue spiegazioni, chiarimenti, didascalismi. La protagonista, del resto, è solo Lara: lo è nel dolore che urla dietro una maschera di stoica compostezza, nell’immenso e ingiusto disagio che si accompagna alla ferma decisione di cambiare sesso, liberandosi di un corpo sbagliato, fuori posto, profondamente vilipeso.
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Victor Polster in Girl (2018)

Un corpo esposto, vero fulcro del racconto: da sempre disamorata del proprio aspetto, Lara è impaziente di vedersi trasformata in ciò che avrebbe dovuto essere sin dalla nascita. In questo snervante percorso – un iter puntualissimo e cauto, tanto da farne sembrare l’attuazione un lontano miraggio – nessuno critica la sessualità della ragazza, salvo rari casi, né alcuna sua scelta: il padre la sostiene senza condizioni (se non ovvie preoccupazioni circa la salute fisica), gli insegnanti la incoraggiano e la tutelano come possono, i medici sostengono le scelte imponendo tempi e percorsi. Vige, in generale, un senso di rispetto straordinario, di forte impatto culturale, per quanto sia difficile, in alcune situazioni, cogliere l’onestà intellettuale di tale maturità, l’effettiva bontà di un atteggiamento ben disposto. Sempre sincera oppure no, comunque, questa spontaneità per Lara non è sufficiente: non la salva dall’esimersi di affrontare quotidianamente il contatto col corpo che non tollera, e che è, in qualche modo, obbligata a offendere. Si sente un equivoco, un errore della natura.
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Victor Polster in Girl (2018)

Questo peso è, possibilmente, acuito dalla passione che Lara coltiva visceralmente: la danza, una disciplina che richiede rigore, assoluta dedizione, sacrificio. Per Lara il ballo è una necessità, ma la cura del corpo richiesta contribuisce a uno sbandamento, rischia di portare alla distruzione. Del resto, la danza è esplosione di fisicità, e il compromesso che la ragazza deve esercitare pur di non rinunciare alla sua passione diventa progressivamente insostenibile: il corpo è un ostacolo a se stessa, costretta ad occultare il proprio aspetto fino a farsi del male, a martoriarsi, facendosi carico di un dolore lacerante, fisico e mentale, nell’attesa dell’insorgenza di altre forme tanto agognate. I pochi spiragli di serenità di cui Lara può beneficiare si assottigliano quotidianamente, e ciò che inizialmente era svago e speranza (soprattutto il ballo, ma anche le rare occasioni conviviali, i momenti passati in famiglia) diventa un macigno preoccupante che rischia di prolungare i tempi di una attesa gioia, della vera promessa di realizzazione: quella sessuale. Ancora una volta il corpo – un vero baratro – è esposto e, pur con tutta la benevolenza di questo mondo, indagato e giudicato. Ma Lara è spinta da una determinazione inarrestabile, che non ammette dubbi, attese e, specialmente, compromessi. L’atto finale è affermativo, benché tremendamente autolesionistico: forse non un grido d’aiuto quanto più una presa di volontà plateale, definitiva. Sopraggiunto lo stremo, si attua l’estremo.
Dhont è garbato e insistente: l’aggravarsi delle difficoltà che la ragazza deve affrontare è reso da una forte reiterazione di una routine sempre più ansiogena e massacrante. Eppure non manca una grande decenza formale, un modo di muoversi elegante, giusto, e dunque valorizzante. Girl, poi, non sarebbe il gioiello quale è senza l’incredibile prova di Victor Polster, anch’egli agli esordi: non c’è l’ombra di forzatura nella sua interpretazione, non un segnale di innaturalezza, di falsificazione, di posa fasulla. Non è semplicemente “verosimile”: è di una straripante partecipazione che rasenta la vividezza e la complessità del reale.

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