DRACULA, il principe delle tenebre secondo Steven Moffat e Mark Gatiss

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Dracula Claes Bang
Claes Bang nelle vesti del Conte Dracula
Dracula è sì morto… ma non molto contento!
O almeno questo nell’adattamento televisivo targato Netflix e BBC ad opera di Steven Moffat e Mark Gatiss, la coppia divenuta celebre per aver già reinterpretato le avventure dell’investigatore più famoso del mondo nella serie Sherlock.
Il loro nuovo prodotto prende in prestito le vicende del celebre romanzo di Bram Stoker, per fare qualcosa che si discosta completamente dall’immaginario del tenebroso Conte Dracula a cui siamo tutti abituati… e intendiamoci: non si tratta per forza di un male (sulla carta).
Molte delle critiche mosse alla serie sui cambiamenti radicali apportati nei confronti di tutto ciò a cui Cinema e Letteratura ci hanno abituati (si pensi al Dracula della mitologia), sono lamentele fine a sé stesse che non guardano all’identità propria dell’opera ma che cercano un’ancora di salvezza negli stilemi del genere di riferimento e trovano, nelle aspettative non corrisposte, un meccanismo di rifiuto automatico alle intenzioni della narrazione proposta.
Qui i problemi ci sono ma di ben altra natura… ci torneremo più avanti.
Se, nelle precedenti pellicole dedicate alla figura del noto vampiro, il personaggio non era quasi mai il protagonista al centro dell’attenzione, qui i due showrunner tentano un approccio diverso, cercando di dare maggiore rilevanza al suo racconto e reinventandone ruolo e personalità.
Siamo ben lontani dalla versione più romantica e affascinante del Dracula di Gary Oldman nell’adattamento di Francis Ford Coppola del ’92 e più vicini alla concezione classica del personaggio che era nello stile dei film horror della Hammer, seppur con delle differenze sostanziali.
L’attore danese Claes Bang (visivamente molto più simile al look originale di Bela Lugosi che a quello di Christopher Lee) presta il volto a un Dracula più ferino, consapevole della propria natura di mostro e di quel suo lato da predatore seriale, perverso, sfacciato e completamente amorale, che troverà la sua perfetta “antagonista” in Agatha Van Helsing (Dolly Wells), una suora cacciatrice di vampiri (che altro non è che un restyling dell’omonimo personaggio originale) che risulta non solo interessante ma veramente ben caratterizzata.
Il continuo scontro verbale che deriverà dai loro incontri è il vero punto forte della serie, la quale rivela nei dialoghi brillanti la sua carta vincente.
Bang, nel corso delle tre puntate da circa un ora e mezza che rappresentano tre storie ben distinte, interpreta però un personaggio poco coerente che, a tratti, risulta ridondante nelle sue provocazioni e nel suo modo di fare non proprio accattivante.
Dracula Claes Bang Dolly Wells
Dracula (Claes Bang) faccia a faccia con Agatha Van Helsing (Dolly Wells)
Nonostante ciò, ci sono cose che, seppur lievemente accennate, ci fanno intuire la voglia di svecchiare alcuni stereotipi sul personaggio, facendoci capire che questo Dracula vede le cose in maniera molto diversa dai comuni mortali di cui si nutre.
Interessante, ad esempio, come per lui non esista il concetto di eterosessualità: trattandosi di un essere fuori dal comune, egli ha interessi che vanno al di là dell’identità di genere (considerando che reputa come sue “spose” membri di entrambi i sessi), dimostrando una bella intuizione di sceneggiatura che mette in luce la sua superiorità di creatura ancestrale e il fatto che la sete di sangue non faccia distinzioni di sorta.
A soffrire maggiormente, tuttavia, è l’andamento della storia, la quale non sempre riesce a trovare toni e messa in scena appropriati, risultando a volte fuori luogo, prevedibile e leggermente prolissa.
Inoltre, la struttura della serie non si esime da colpi di scena già visti che cercano inutilmente di tenere vivo l’interesse in episodi che, nella loro lunghezza, non sempre sono caratterizzati da un ritmo soddisfacente.
Moffat e Gatiss cadono purtroppo in alcuni loro ricorrenti cliché narrativi che, a chi già conosce le opere del duo, potrebbero risultare piuttosto fastidiosi, mentre chi non ha familiarità con il loro stile li troverà semplicemente troppo assurdi…
assurdi proprio come gli ultimi quindici minuti dell’episodio finale che, per davvero, vanno a rovinare l’intera operazione, vanificando le intenzioni degli stessi personaggi che si dimostrano completamente incoerenti con le azioni compiute fino al quel momento.
Il delirio esistenziale che ne consegue, sfortunatamente, rende questo tentativo di creare una nuova mitologia sul vampiro più famoso della letteratura un’occasione decisamente sprecata.