DIAMANTI GREZZI, la recensione del film con Adam Sandler

adam sandler uncut gems

Dopo le lodi tessute dalla stampa ad Adam Sandler e le critiche per la mancata candidatura agli Oscar, Diamanti Grezzi (Uncut Gems) è finalmente disponibile nel catalogo Netflix in Italia. Il terzo lungometraggio dei fratelli Safdie, prodotto da A24 (lanciatissima dopo la consacrazione con Moonlight di Barry Jenkins), è un thriller benedetto da Martin Scorsese, qui coinvolto come produttore esecutivo. Il film racconta la storia del gioielliere ebreo Howard Ratner, un uomo avido con il vizio delle scommesse. Vizio che lo porta a discendere in un girone infernale intriso di debiti e fallimenti. Ratner è un personaggio che cerca il cambiamento, “il colpaccio” della vita: decide di comprare un opale nero estratto da ebrei africani etiopi per rivenderlo a 1 milione di dollari: quel minerale attirerà l’attenzione del cestista dei Boston Celtics Kevin Garnett.
L’ispirazione dei due registi ha i tratti dell’autobiografia, prendendo spunto dai giorni in cui il loro padre era impiegato in una gioielleria a Midtown sulla 47th Street, nel tratto tra la Fifth e la Sixth Avenue.

PREMESSA: LE MUSICHE

La sensazione di essere di fronte a un’opera diversa dai thriller metropolitani è immediata. Le musiche elettroniche sperimentali del newyorkese Daniel Lopatin spiccano nei primi minuti al di sopra dei dialoghi, vibrazioni che agiscono a più livelli cognitivi generando nello spettatore un livello di distonia tale che si placa solo ai titoli di coda con Gigi Dag de L’Amour Toujour (e riporta alla memoria altre esperienze come Vangelis in Blade Runner, i Goblin di Claudio Simonetti in Zombie o, più recentemente, con Dunkirk. Prima ancora il pioniere Charles Bernestein che nel film del 1981 The Entity aveva fatto un lavoro molto simile.

PRONTI, PARTENZA, MAZEL TOV!

Certe persone sono predestinate al caos, come il personaggio interpretato da Sandler, e vivono la loro condizione abbracciandola a pieno. Fra malavitosi, amanti e una famiglia spezzata (la moglie pronta a lasciarlo), Ratner si muove con disinvoltura fra ogni substrato sociale, con l’innocenza e l’incoscienza che Steno ha saputo raccontare nella commedia Febbre da Cavallo (perdonate la correlazione lontana).
I fratelli Safdie dopo Good Time con Robert Pattinson hanno affinato la loro regia realista consolidando la collaborazione con lo sceneggiatore Ronald Bronstein, dando luce a un’opera tragicomica. È impossibile trovare una scena che non abbia un’utilità nel racconto, ogni inquadratura con le focali lunghe tipiche del cinema dei Safdie non è casuale e testimonia la caduta di ogni tessera di quel domino che ci porta sempre di più nell’oscurità, là dove l’abisso non ha più luce.

KEVIN GARNETT E IL MAGICO OPALE

Fra i personaggi fittizi della storia troviamo il vero (ex)cestista NBA Kevin Garnett, icona del sottomondo di Diamanti Grezzi che è lo sport, il basket. Garnett è il primo ad osservare da vicino l’opale nero e ne subisce un influsso seducente, magico, senza capirne il motivo. Ma si sa, l’ambiente sportivo professionistico è pregno di superstizione.
C’è una sorta di misticismo che agisce nella trama, una scia lunga un milioni di anni (e qui Lopatin ha creato una fantastica track tribale) che lega ogni singola particella di carne e sangue alla materia inanimata.

LA GRANDE MELA (MARCIA)

Se non fosse per la tecnologia che definisce bene l’anno (il 2012), il contrasto nelle immagini e i neon  sgargianti dei club ci porterebbe a pensare che il film sia ambientato 30 anni prima, in una New York scorsesiana. In realtà la Grande Mela, marcia è rappresentata così per volonta dei registi: cupa, chiassosa, depravata e serrata. Dai vicoli del Diamond District fino a Sotheby’s la città (soprav)vive nutrendosi della gente che ci vive, di Ratner, di Arno (Eric Bogosian) e dei suoi scagnozzi.

IN CONCLUSIONE

Diamanti Grezzi ha avuto una gestazione lunga 10 anni ma alla fine il risultato ha ripagato il tempo atteso: è un’opera personale, ruvida come l’opale nero e cinica come solo New York può essere. Per Adam Sandler il film rappresenta un punto di transizione professionale. A livello simbolico, la sua interpretazione, autorevole e sentita, fa il paio con l’ottima performance in Drunk Punch Love, film del 2002 di Paul Thomas Anderson in cui Sandler sfoggia tutto il estro attoriale.

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