DETROIT, la recensione del film di Kathryn Bigelow

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RomaFF12: Detroit – Photo © 2017 Fondazione Cinema per Roma

Detroit, 23 luglio 1967: una retata della polizia in un locale sprovvisto di licenza per la vendita di alcolici è la scintilla che innesca la rivolta della popolazione afroamericana della città, esasperata ormai da tempo dalle differenze di classe e dalla brutalità della polizia, composta principalmente da agenti bianchi. I disordini continuano per giorni e raggiungono una gravità tale da costringere il governatore dello stato del Michigan a dichiarare lo stato d’emergenza, schierando l’esercito per le strade di Detroit. Il risultato è una vera e propria guerriglia urbana che si concluderà in una carneficina dal bilancio di 43 morti, 1189 feriti e circa 7200 arresti.
Il film di Kathryn Bigelow tenta di ricostruire una delle vicende più sanguinose avvenute durante i cinque giorni delle sommosse di Detroit e tuttora avvolta da un velo di omertà (molti aspetti di quello che successe durante quella notte non sono ancora del tutto chiariti e la stessa Bigelow ammette di essere stata costretta a romanzare i fatti dell’accaduto).
Una pattuglia di polizia, composta da tre poliziotti dalla violenta indole razzista (interpretati da Will Poulter, Jack Reynor e Ben O’Toole) e supportata da un’unità dell’esercito insieme alla guardia giurata afroamericana Dismukes (John Boyega), irrompe nell’Algiers Motel, bettola di infimo livello spesso frequentata da prostitute e ragazzi di colore, con il pretesto di arrestare un attentatore che avrebbe esploso da una finestra alcuni colpi di pistola. All’interno dell’hotel sono presenti numerosi ragazzi afroamericani, tra cui due musicisti (Algee Smith e Jacob Latimore) rifugiatisi all’interno per allontanarsi dai disordini delle strade e completamente ignari di quanto accaduto. Pur di rintracciare il colpevole, gli agenti di polizia si dimostrano fin da subito pronti a ricorrere a qualsiasi forma di violenza, fisica e psicologica. La situazione precipita presto nella follia.

RomaFF12: Detroit – Photo © 2017 Fondazione Cinema per Roma

L’ambientazione è sicuramente il punto di forza del film di Kathryn Bigelow. L’atmosfera evoca una Detroit cupa, angosciante, intrisa di rabbia e odio accumulati da anni di ingiustizie razziali e di invalicabili differenze sociali. La ricostruzione storica è molto realistica: dalle auto d’epoca ai vestiti, ai programmi televisivi, fino alla musica. Mentre la prima metà della pellicola assume un taglio quasi documentaristico, la seconda si concentra invece sulla più plausibile ricostruzione dei fatti avvenuti all’interno dell’hotel.
Una scelta stilistica interessante è l’utilizzo di telecamere a mano: soprattutto nelle scene all’interno dell’Algiers Motel, infatti, il movimento nelle riprese permette allo spettatore di subire un più profondo livello di coinvolgimento, tanto da sentirsi quasi presente in prima persona sulla scena assieme alle vittime dell’interrogatorio.
Trattandosi in alcune parti di una ricostruzione romanzata, il film opta per assumere una posizione precisa e propone la propria versione dei fatti, puntando il dito in modo particolare contro la ferocia cieca e praticamente inumana degli agenti di polizia, senza tuttavia attuare un valido processo di immedesimazione da entrambe le parti e portare a galla un esaustivo background di tutti i personaggi coinvolti. Ciononostante, Detroit è sicuramente un film di forte impatto emotivo che ha il coraggio di riportare all’attenzione e continuare a denunciare gravi ingiustizie che sono da ritenersi solo in apparenza sepolte e dimenticate da anni.
Marco Rosetti

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