AQUAMAN, il parco giochi pirotecnico di James Wan – Recensione

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Aquaman (2018) di James Wan

Origin movie su uno dei supereroi più difficili da adattare tra quelli appartenenti al mondo DC, Aquaman assolve al suo compito nei primi 15 minuti del film. E sono anche estremamente buoni. Con frenesia e divertimento ci vengono raccontate le avventure di Arthur Curry, dalla nascita alla scoperta dei poteri. Eppure, una volta eseguito il gravoso compito di delineare la psicologia del personaggio e gli ostacoli del passato che influenzano il suo presente, James Wan molla la presa su ogni ambizione e si lascia andare al più spensierato divertimento. Il regista lo si ritroverà più in là nel film durante una riuscita sequenza a tinte horror.
Non si poteva essere più distanti, con questo film, dalla seria e realistica visione dell’universo DC portata da Christopher Nolan (prima) e da Zack Snyder (dopo) sul grande schermo. Eppure Aquaman, nonostante le sue bassissime pretese, non riesce a scrollarsi di dosso i pesanti fardelli che hanno afflitto le opere che l’hanno preceduto. Un film che ama all’inverosimile i propri personaggi, ma non ci spiega come amarli a nostra volta. Vuole introdurci in un mondo vastissimo, ma non ha il tempo né la pazienza di farlo. È come se gli servisse un altro film per presentare il mondo di Atlantide, affascinante a livello di idee, ma afflitto da una CGI caotica. Le usanze, le discendenze, gli sviluppi della trama, per quanto ridotta all’osso, sono delegati a continui “spiegoni” di servizio che interrompono l’azione. Di positivo c’è senza dubbio l’approccio più solare e colorato che, a conti fatti, sembra essere l’unico modo possibile per trasporre sul grande schermo un supereroe come Aquaman.
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James Wan, jason Momoa e Amber Heard sul set di Aquaman

James Wan è un fiume in piena: è entusiasta e si vede, ma non riesce mai a imbrigliare la storia e a renderla compatta. Ogni tappa del viaggio di Arthur Curry (Jason Momoa) e Mera (Amber Heard) è slegata dalla precedente e quindi priva della tensione drammatica che verrebbe data da una maggiore consequenzialità delle azioni. Ogni ostacolo superato dovrebbe aumentare il senso di pericolo e invece acuisce il senso di sollievo. Una serenità attribuibile a un cinema anni ’90, che appare molto distante dalla sensibilità odierna, ma che potrebbe piacere a molti.
Purtroppo il meccanismo dell’intrattenimento, non perfettamente oliato, richiede qualche intervento di manutenzione. A ogni sequenza il linguaggio del film aggiunge didascalie come “questo è il momento di” (lotta tra fratelli, extravaganza supereroistica, fuga a perdifiato, mostri giganti ecc…) senza che il tutto si compatti in un vero e proprio respiro epico. Atlantide viene inquadrata con affetto ma è impossibile non percepire che, dietro quello che vediamo, ci siano una quantità di dettagli che avrebbero richiesto molto più tempo per essere raccontati. È come se James Wan volesse buttare sul tavolo tutte le sue carte forti il prima possibile, senza riuscire a costruire l’attesa del momento o una vera sorpresa. I dettagli, che da sempre sono quelli che definiscono gran parte della riuscita dei cinecomix, risultano definiti da due persone diverse. Da un lato troviamo il culto del machismo più spinto tipico del genere action, fatto di lotte rituali tra gladiatori, armi maneggiate come oggetti di culto, posizioni enfatiche che tendono i corpi all’azione; dall’altro troviamo dei particolari tratti dall’immaginario fieramente infantile (il polpo batterista, i crostacei come armi da guerra, una visione semplificata del mondo).

Jason Momoa è Aquaman nel nuovo film di James Wan

Il film appare un pastiche che fatica a trovare una sua forma e che appare più promettente di quello che, in concreto, dà. Chi è alla ricerca di leggerezza troverà sicuramente pane per i propri denti, a patto però che non presti attenzione alle pretenziose linee di dialogo pseudo ecologiste, alla stanchezza con cui le scene d’azione si ripropongono per ben quattro volte (spoiler: dialogo, esplosione improvvisa, inquadratura grandangolare in piano sequenza) o alla svogliatezza della metà del cast. James Wan veicola il godimento dello spettatore attraverso l’esposizione di corpi e, soprattutto, dei superpoteri. È lo spettacolo visivo il motivo per cui strappare il biglietto, sono i colpi pirotecnici il cuore del film, non i personaggi. Forse, da questo punto di vista, si può considerare un cinema sperimentale, una nuova frontiera per i cinecomic del DC Extended Universe. È però forte la sensazione di avere assistito a un’avventura ideata e realizzata con lo scopo primario di intrattenere il pubblico con uno spettacolo istantaneo, mordi e fuggi, rapido e indolore.
Se visto in quest’ottica, e considerato il maestoso lavoro per riprodurre il movimento dei personaggi sott’acqua, il risultato di Aquaman cambia completamente: tra continue strizzatine d’occhio al kitsch (si pensi alla sequenza con il campionamento di Africa dei Toto), il film potrebbe scalare posizioni nel DCEU e diventare uno dei migliori cinecomic di casa DC.  James Wan consegna il tridente di Atlantide nelle mani di Jason Momoa rendendolo un gypsy hero dallo spirito libero, che combatte per ristabilire la pace nei due mondi.
Aquaman è un luna park appariscente e colorato, un parco acquatico pirotecnico e spericolato pieno di energia, ritmo, spensieratezza, e con un mare di citazioni (e riferimenti) al cinema dell’ultimo trentennio.

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