A QUIET PLACE – UN POSTO TRANQUILLO, la recensione del film di John Krasinski

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un posto tranquillo
Emily Blunt in "Un posto tranquillo" (2018)
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Emily Blunt in un’immagine di A quiet place – Un posto tranquillo (2018)
C’è un’idea fortissima alla base di A Quiet Place – Un posto tranquillo. Nel 2020 l’umanità è decimata da una razza aliena apparentemente indistruttibile, formata da creature velocissime, e spietate, che attaccano qualsiasi cosa produca rumore. Non hanno occhi, ma possiedono un apparato uditivo sviluppatissimo. Il film segue una famiglia di sopravvissuti, che vive nel più completo silenzio per evitare di imbattersi nelle terrificanti creature. La vita deve andare avanti, la quotidianità, dopo l’apocalisse, cerca di ripartire.
John Krasinski, regista e protagonista del film, dimostra una sorprendete capacità di gestione della tensione. Il silenzio, al centro del meccanismo orrorifico, costringe il lungometraggio a parlare per immagini. E in questo è fortissimo. Spesso il muto è tornato nel cinema contemporaneo come abbellimento estetico, un po’ nostalgico (The Artist), o come provocazione autoriale The Tribe). In Un posto tranquillo invece la (quasi) totale assenza di parole diventa un mezzo per amplificare la forza delle immagini, non per lodare l’abilità stilistica dell’autore. È grazie a questa umiltà che il film riesce a far concorrere ogni elemento della messa in scena per raccontare la migliore storia possibile. Tutto è in equilibrio.
Il lavoro di sound design  è eccellente: la quiete viene proposta come un ambiente sonoro fatto di piccoli rumori molto forti (i cigolii, i respiri, hanno il livello di volume che normalmente viene offerto ai dialoghi) e di forti rumori assordanti. È un mixaggio non oggettivo, ma sensoriale, come quando di notte, nel dormiveglia, ogni minimo rumore sembra fortissimo. All’immersione contribuisce anche la colonna sonora di Marco Beltrami, che richiama il battito cardiaco dei protagonisti nei momenti di massima tensione.
A quiet place – Un posto tranquillo è un film che potrebbe essere stato girato in qualsiasi epoca della storia del cinema. I grandi maestri del cinema muto avrebbero potuto realizzarlo con successo, probabilmente Hitchcock l’avrebbe trovato stimolante. È un film che potrebbe anche essere nato tra gli ’80 e ’90, prima della rivoluzione digitale. Eppure al suo interno sono presenti le paranoie e le ansie del mondo contemporaneo. Questo pregio, rarissimo nel cinema di oggi, dovrebbe garantire un invecchiamento dolce e lentissimo all’opera, che potrà essere vista con godimento anche tra 10, 20 anni.
un posto tranquillo
Emily Blunt in “A quiet place- Un posto tranquillo” (2018)
Il silenzio è per Krasinski un mezzo per mostrare, attraverso i fotogrammi pastosi, la forza di un’umanità che non si rassegna e supera le barriere della comunicazione. La vita va avanti. L’amore, forza motrice per le scelte della famiglia, non si spegne quando non può essere dichiarato, anzi, si rinsalda.
Un posto tranquillo mostra i suoi limiti sul lungo andare: dopo un inizio estremamente teso si ricade in qualche cliché di troppo, come la sfortuna cronica che, nel momento di difficoltà, affligge continuamente i personaggi. È un peccato che la regia non si accorga del lavoro eccellente fatto nella costruzione della tensione e cada nella tentazione del jump scare. I suoni improvvisi “spacca orecchie” non aiutano a fare rabbrividire, anzi. Una volta capito il gioco, il fatto di sapere che arriverà un suono improvviso a chiudere la scena, aiuta a prevedere cosa succederà nei secondi successivi. Anche il lavoro sui personaggi fatica nel terzo atto. Il mondo filmico viene descritto attentamente, con un’encomiabile attenzione ai dettagli. Non vi è la stessa attenzione per lo sviluppo emotivo dei protagonisti. La conseguenza è un finale meno coinvolgente e toccante di quanto pretende di essere.
Nel complesso A quiet place – Un posto tranquillo è un trionfo di piacere cinematografico. Un’idea forte, finalmente supportata da una regia all’altezza. Un insieme di eccellenze tecniche che non eccedono mai, ma concorrono alla creazione di un prodotto solido, un film tesissimo che vola come se durasse la metà del suo tempo.
A Quiet Place è quel tipo di film che dovrebbero arrivare in sala una volta al mese ma che, purtroppo, vediamo troppo raramente.