MADE IN ITALY, diventare grandi con gli stessi vestiti – Recensione del film di Luciano Ligabue

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made in italy recensione
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Kasia Smutniak e Stefano Accorsi, protagonisti di Made In Italy
Radiofreccia.
Per alcuni una parola magica, quasi. Nel 1998 Luciano Ligabue esordiva al cinema scrivendo, dirigendo e, ovviamente, musicando il film tratto da una serie di suoi racconti.
L’operazione funzionò a meraviglia: sorprese pubblico e critica convincendo per quel giusto mix di verace umanità della provincia e gusto nel dosare dramma e commedia. Il tutto amalgamando gli aneddoti senza far apparire il film troppo episodico.
Vent’anni (e un altro, non troppo incisivo, film) dopo, con Made In Italy, Ligabue si rimette dietro la macchina da presa e ancora una volta racconta di vite comuni scosse da eventi più o meno traumatici.

NON SOLO PARTI ORIGINALI

Ci sono gli amici di sempre, ci sono le serate in compagnia, ci sono le storie complicate, ci sono i risvolti oscuri di vite che si spezzano. Insomma, ci sono gli stessi elementi.
Non è tanto un problema il senso di déjà-vu che si prova durante Made In Italy, quanto il fatto che la confezione è un po’ datata.
Quei ragazzi (o eterni tali) di cui Ligabue parlava nelle pellicole precedenti sono diventati grandi e si sono schiantati contro un mondo fatto di lavori alienanti e opprimenti, di un Paese che cambia e che non si fa più riconoscere, di rapporti al capolinea e via dicendo.
Riko (Stefano Accorsi) e Sara (Kasia Smutniak) sono una coppia che ha ormai smesso di avere un dialogo. Temono che il figlio resti intrappolato in una vita come la loro, fatta di piccoli tradimenti, routine, monotonia e paura di perdere il lavoro. Gli amici di sempre di Riko sono una sorta di valvola di sfogo, almeno finché non emergono i problemi di gioco di uno di questi. Il lavoro, nello stesso salumificio da troppo tempo, potrebbe non esserci più da un momento all’altro.
Così il film si trascina (è il caso di dirlo) tra alcuni momenti riusciti e sequenze dimenticabili.

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ASSEMBLAGGIO

In fondo, Made In Italy ha del cuore, del sentimento. Ligabue viene da una certa realtà e quelli che mette nelle sue storie sono onesti frammenti di vita vera, autentica, sincera. E questi momenti risuonano nella mente e, in qualche modo, creano un senso di immedesimazione.
Il problema vero è che il frullatore nel quale viene amalgamato il film è lo stesso di vent’anni fa. Se però prima funzionava perfettamente, ora risulta tutto un po’ raffermo, appesantito e indolente.
Le scene si susseguono a fatica, quasi senza concatenazione, facendo paradossalmente apparire Made In Italy, che prende vita da un concept album, un film fortemente episodico.
Il ritmo è sfasato e incostante per tutta la durata, con salti che a volte appaiono casuali. In alcuni casi si ha persino la sensazione che gli stacchi musicali per dare spazio alle canzoni originali sembrino fuori tema.
Il messaggio di fondo del lungometraggio, che parla di quell’amore sopito per un’Italia diversa e noncurante del suo popolo, viene veicolato quasi esclusivamente attraverso interventi diretti dei vari protagonisti, ma appare poco organico.
Insomma, era lecito aspettarsi qualcosa di più. Tuttavia è apprezzabile l’intento di Ligabue, a cui va dato il merito di aver portato in scena personaggi interessanti. Le interpretazioni sono discrete, anche se a volte non hanno una messa a fuoco ben definita, ma nessuno è mai davvero fuori parte. Purtroppo, però, il senso di ‘ripetizione’ e il ritmo sommesso impediscono alla storia di esprimere appieno il suo potenziale, lasciando allo spettatore l’impressione di aver assistito ad un film incompiuto.