Fra specchi e immagini speculari, Last Night in Soho di Edgar Wright strizza l’occhio ai grandi thriller psicologici, in corsa fra diverse epoche storiche.
Presentato fuori concorso a Venezia 78.

Edgar Wright presenta fuori concorso a Venezia 78 il suo ultimo lavoro, Last Night in Soho, che arriva a quattro anni dal quel piccolo gioiello di Baby Driver – Il Genio della Fuga.

Accadde una notte

Scritto assieme alla sceneggiatrice di 1917 Krysty Wilson-Cairns, Last Night In Soho (Ultima Notte A Soho) è la storia di una giovane ragazza, semplice, ingenua e dai grandi sogni, Eloise (Thomasin McKenzie), che lascia la casa della nonna in Cornovaglia, per recarsi a studiare Moda al London College of Fashion. Appena arrivata nella città dei suoi sogni, Eloise si scontra con una realtà competitiva, mordace e che non guarda in faccia a nessuno, per questo lascia il convitto dove vive per affittare una camera a Soho, di proprietà di una simpatica anziana (Diana Riggs, alla sua ultima interpretazione).

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“Se potessi vivere in qualsiasi posto e tempo vivrei qui. A Londra, negli anni 60”.

Come in ogni storia che si rispetti avviene la magia: una notte Eloise (McKenzie) si ritrova nella sfavillante Swinging London degli anni ’60 immaginando di essere la cantante Sandy (Anya Taylor-Joy). Il sogno di un’epoca d’oro, fra lo swing, balli sfrenati e passioni travolgenti, si trasforma in un incubo dove realtà e regressione si fondono nello stesso piano. Perché, come afferma Edgar Wright: “È pericoloso idealizzare il passato, enfatizzare la nostalgia.”

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Only the brave

Ci vuole coraggio a realizzare un calembour visivo come Last Night in Soho. Ci vuole grande polso nel tenere le redini di una narrazione che corre sul filo dei generi, cambia registro in continuazione, viaggia nel tempo, indovina gli incastri, lavora sulla psicologia.

Wright abbandona la zona di conforto del suo cinema più tradizionale riconoscibile (Trilogia del Cornetto) per esplorare nuovi orizzonti, nuove prospettive. Gioca col pubblico, lo intrattiene, lo fidelizza, poi lo inganna e infine lo sorprende. La sua nona opera mette al centro le donne: donne perdute e distrutte, a confronto con i loro scheletri nell’armadio, in lotta con i fantasmi di un passato difficile da dimenticare. Thomasin McKenzie e Anya Taylor-Joy donano ai rispettivi personaggi, speculari e correlati, un’anima tangibile, appiattendo i confini tra realtà e finzione, vita e sogno.

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You Never Can Tell

Anya Taylor-Joy è metafisica, leggiadra, irraggiungibile. È seducente e coreografica nei balli con l’agente del locale interpretato da Matt Smith, a metà tra un Bond della notte e un Vincent Vega senza valigetta. Memorabile la danza tra i due, che rivisita l’indimenticabile tête-à-tête Travolta-Thurman sulle note di You Never Can Tell in Pulp Fiction di Tarantino.

Eloise (McKenzie) ha uno sviluppo più “terreno”, da innocente ragazza di campagna ignara di certi meccanismi radicati in città. Muta il proprio essere nel tentativo di diventare un’altra, sdoppiando la propria identità per trovare una nuova dimensione, parallela e immaginaria, una via di fuga dal presente. Prenderà poi coscienza di quello che le sta accadendo, cercando invano di svegliarsi da quell’incubo, nero e plumbeo, che la imprigiona.
Nel mezzo un tripudio di colori, luci al neon, rumori di clacson, sveglie che suonano, live canori; è la Nightlife di Londra, capitale del pop rock britannico centro della rivoluzione culturale che influenzò soprattutto i giovani provenienti dalla classe media. Ed è proprio da lì che proviene Eloise, uno status da cui vuole fuggire per voltare pagina e realizzarsi, per ambire a una posizione migliore nella società.

Lo specchio della realtà

Last Night in Soho è un film di doppi e sui doppi. La mitologia del doppelgänger viene manipolata dal regista in ogni sfumatura possibile, dal tema del sosia “maligno” a quello della bilocazione. Nel farlo Wright si appoggia ai cliché più comuni, modella il corpo del suo film restituendogli una silhouette (quella delle due protagoniste femminili) celestiale e fastosa. Senza però rinunciare a quel tocco citazionista, in un’operazione di reprise del cinema di Tarantino, Carpenter, Romero, Polanski e Roeg.

La musica per Wright è l’estensione naturale delle immagini. A differenza di Baby Driver, in Last Night of Soho le note non fungono da metronomo che scandisce il tempo. La colonna sonora con grandi classici del calibro di Downtown cantata da Petula Clark o Startruck dei The Kinks, amplifica la percezione magica di Londra; la esalta, la illumina e, infine, la definisce.

Last Night in Soho è un salto in avanti per la carriera di Edgar Wright. È il suo film più intimo e personale, più sentito e “spirituale”. Ma anche più complesso e maturo. Un all in one dove i generi si fondono e si moltiplicano: dal romanzo di formazione al giallo d’atelier; dal fantasy al thriller; dall’horror al dramma. Il risultato è un meraviglioso concerto pirotecnico, un tuffo nel vintage degli anni ’60 tra atmosfere glamour di una Soho frenetica e i desideri nascosti di una società in continua metamorfosi.

Simone Sottocorno e Andrea Rurali

VOTO CINEAVATAR