BABY DRIVER, la recensione del film di Edgar Wright

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Ansel Elgort è Baby nell’action comedy Baby Driver di Edgar Wright

Baby (Ansel Elgort) è un giovane pilota dal grande talento. La sua eccezionale guida viene ‘sfruttata’ per portare a termine le rapine organizzate da un boss della città (Kevin Spacey), con cui il giovane ha un debito da saldare. Un giorno Baby conosce Deborah (Lily James) e comincia a sognare una vita migliore. Decide così di partecipare ad un’ultima rapina per pareggiare i conti.
Con Baby Driver Edward Wright crea un action comedy, se così possiamo definirlo, che fa del suono e delle musica i pilastri portanti della narrazione. Il problema all’udito del protagonista, dovuto ad un incidente stradale che lo costringe ad ascoltare musica tutto il tempo, è la chiave di volta del film dove musica, rumori e montaggio corrono all’unisono.
Il lungometraggio ha ritmo e ne segue uno, anzi molteplici, tutti quelli che Baby ascolta ininterrottamente nei suoi iPod. Ogni colpo, ogni sterzata è perfettamente sincronizzata al ritmo musicale. Gli inseguimenti e le esplosioni diventano parte integrante della melodia e scandiscono il loro tempo nella trama.
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Baby Driver, di Edgar Wright

Wright spesso usa i suoni per sostituire l’azione e al tempo stesso come espressione estrema di essa stessa. La colonna sonora, fatta di pezzi che variano dai Queen ai Beach Boys, passando per i Blues Explosion, è parte integrante del racconto perché imprescindibile. Baby non può non ascoltare musica, il background sonoro lo distoglie infatti dal persistente fischio all’orecchio causato da un incidente avuto da bambino. Il montaggio coordinato di immagini e suoni gioca su inquadrature e ritmi con sapiente capacità di resa e intenzione. È una sorta di musical in cui il giovane Baby muove qualche passo di danza nelle vie di Chicago e riporta alla mente i classici numeri della Broadway delle origini. Con l’aria da James Dean e come un moderno Gene Kelly, Baby indugia qualche movimento nel tragitto tra il bar e il covo dei criminali.
Il personaggio interpretato da Ansel Elgort è brillante e dotato da un lato, ingenuo e infantile dall’altro (non a caso il suo soprannome). Baby sembra costruire un muro tra lui e il mondo esterno non solo per via delle cuffie, ma anche, è soprattutto, per mantenere un certo distacco dal mondo criminale che deve frequentare per pagare il suo debito.
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Baby Driver, di Edgar Wright

L’eclettico regista della Trilogia del Cornetto costruisce un action movie che ha i toni della commedia ma riporta sempre e comunque a una realtà molto più cruda e violenta. La pellicola, infatti, si trasforma ed evolve davanti ai nostri occhi con una prima parte votata al puro intrattenimento visivo – con inseguimenti clamorosi e momenti di divertimento genuino grazie ai coprotagonisti Jamie Foxx e Jon Hamm – e una seconda  più seria, ponderata e forse poco credibile. Baby perde la sua innocenza in un contesto quasi inevitabile, ma l’escalation di eventi e azioni che “sporcano” la sua coscienza sfiora quasi l’assurdo.
Baby Driver è tanto imprevedibile quanto le traiettorie su due (e quattro) ruote del suo protagonista, un film sullo scenario dell’America ribelle che insegue il sogno di fuga e libertà, sfrecciando su autostrade deserte verso mete sconosciute.
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