SEBERG, la recensione del film con Kristen Stewart

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È uno strano rapporto quello che abbiamo con le star del cinema: le amiamo, le odiamo, sono le nostre eroine e a volte le nostre ossessioni. Così Seberg ci racconta e indaga con precisione non tanto la vita della grande attrice Jean Seberg, quanto il rapporto morboso che la Seberg subì, suo malgrado, con l’FBI, indugiando sulla componente ossessiva da parte dei servizi segreti.
Siamo alla fine degli anni 60 e agli albori degli anni 70, sono gli anni roventi della rivoluzione nera in America, gli anni delle Pantere Nere e della contestazione, della guerra in Vietnam, dell’attivismo, ma anche del maccartismo e della caccia alle streghe come controparte violenta e repressiva. Jean Seberg (Kristen Stewart), attrice beniamina della Nouvelle Vague, sbarca a Hollywood, costruendosi una nuova vita negli Stati Uniti, dove diventa presto simbolo dell’attivismo, arrivando a finanziare direttamente il gruppo delle Pantere Nere e a frequentare un noto attivista del Black Power Movement, Hakim Jamal (Anthony Mackie). Proprio a causa del suo supporto economico verso un gruppo considerato pericoloso come le Pantere Nere, Jean Seberg inizia a essere sorvegliata dai servizi segreti americani nella sua vita privata, in un controllo costante e sempre più invasivo, sempre più aggressivo.
Il regista lo racconta, questo è forse l’elemento più originale della regia, come un film nel film. Durante la sorveglianza della Seberg, infatti, sono tratte fotografie della sua vita, come fotogrammi del suo film, sono registrate conversazioni private e trascritte, come in una sceneggiatura, gli agenti scorrono pellicole, come montatori cinematografici. I servizi segreti fabbricano con i mezzi tipici del cinema un racconto della vita privata di Jean, falsificandolo, rimescolandolo e creando una nuova realtà.

Seberg risulta, nel complesso, troppo didascalico persino nei momenti di maggior tragicità quando tutto è controllato, accademico e con alcuni punti nella trama particolarmente artefatti; eppure risulta indubbiamente un film piacevole, con elementi di originalità e sicuramente molto interessante per come affronta certi concetti ancora di attualità.
Pubblico e privato, verità e finzione si mescolano nella vita di Jean fino a portarla alla paranoia più degenerata e a un esaurimento nervoso che rischia di distruggerla.
Jean, che ha il volto di una Kristen Stewart algida e sensuale, incarna in sé una gamma di emozioni che vanno via via sgretolandosi sotto l’occhio indagatore e manipolatore dell’FBI; essa vive di tristezza, ingenuità, idealismo, passione, indipendenza e apertura emotiva. Ritratto pungente di una donna che cerca di sopravvive al trauma e all’esaurimento nervoso solo con le proprie forze.
La scena finale, con le stringhe di testo che scorrono accanto all’inquadratura e la macchina da presa fissa in primissimo piano sul volto dell’attrice, vale l’intero film. Una Kristen Stewart in stato di grazia riesce, in quei pochi minuti, a mostrare una gamma di espressioni che descrive l’arco emotivo del suo personaggio.
Presentato Fuori Concorso alla 76. Mostra del Cinema di Venezia.
Teresa Paolucci & Michela Vasini