Nouvelle Vague, il nuovo film di Richard Linklater in concorso alla scorsa edizione del Festival di Cannes è il tentativo di ricostruire la realizzazione di uno dei film cardine della nuova ondata del cinema francese degli anni Sessanta, Fino all’ultimo respiro.
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Il premio alla carriera conferitogli dalla Festa del cinema di Roma testimonia l’instancabile lavoro quarantennale (il primo corto risale al 1985) di Richard Linklater, uno dei registi americani più prolifici di oggi, un autore sempre stato in grado di osservare la realtà delle piccole cose. Le sue opere sono squarci di vita vissuta intrisi di significato, abitati per lo più da stravaganti outsider, espressioni di una certa sottocultura americana underground. Per questo non stupisce che da cinefilo amante del margine Linklater concentri la sua attenzione sulla nouvelle vague, una generazione di critici cinefili che voleva cambiare il cinema con la rivoluzione teorica ma soprattutto con una prassi dirompente. Nouvelle Vague è così un inno alla memoria di un gruppo di coraggiosi innovatori che hanno lasciato il segno, che ci piaccia o no, nella storia della cultura occidentale.

Dentro la Storia
Il film di Linklater inizia presentandoci un gruppo di giovanissimi, i ventottenni François Truffaut e Suzanne Schiffman e i ventinovenni Jean-Luc Godard e Claude Chabrol il giorno precedente alla prima a Cannes de I 400 colpi. Il nuovo cinema francese prende forma e acquisisce un successo internazionale e Godard vuole iniziare a farne parte, sentendosi indietro rispetto ai suoi colleghi. La vicenda è nota e Linklater la mette in scena prendendo in prestito da quella stessa corrente, ricorrendo alla rottura della quarta parete per introdurre i suoi personaggi, costringendoci in un formato in 4:3, utilizzando un 35 mm bianco & nero e una Arricam, la stessa tanto ricercata dagli autori della caméra stylo. Con un fotorealismo ricercato, il regista texano ingaggia attori francesi poco più che esordienti ma assolutamente calzanti nei loro ruoli, dove spicca straordinariamente Guillaume Marbeck con il suo Godard prolisso e arrogante. L’unica interprete americana è Zoey Deutch alla sua seconda collaborazione col regista dopo Everybody Wants Some!!, convincente nel ruolo della compianta icona Jean Seberg.

Un omaggio al mito
Il film è una cronaca molto sentita di un tempo ormai svanito, un Effetto Notte godardiano che è una lettera d’amore al cinema dal basso, cadendo un po’ nell’idealizzazione di quello spirito spontaneo e “verace”. L’ingenuità fanciullesca di fronte alla meraviglia della settima arte è sia il limite che il punto di forza del film, che adotta uno sguardo curioso e divertito nella trasposizione di qualcosa che è ormai mito. Differentemente da film come Babylon che per sua natura era una magniloquente epopea sull’elefantesca macchina da guerra del cinema, Nouvelle Vague è un film che si crogiola nei piccoli dettagli: un produttore preoccupato, una star esasperata, una segretaria di edizione confusa, un protagonista divertito e un cameraman modello restituiscono una costellazione di personaggi che gravita attorno al regista autore, celebrato nella sua brillante (ma seccante!) ambizione. Alla fine per fare un film bastano una ragazza e una pistola.
Con Nouvelle Vague Richard Linklater confeziona un film per sognatori cercando di restituire la magia di un’epoca del cinema indimenticabile. Rimane allo spettatore la riflessione su cosa sia rimasto oggi di Godard e Truffaut in un mondo dell’intrattenimento dominato sempre più da dinamiche strettamente consumistiche e da algoritmi automatizzati che minacciano la centralità dell’agire umano. Forse è proprio quella la chiave, ripartire dall’umano: se il cinema copia la vita che ritorni ad essere la vita il cuore pulsante del film, fino all’ultimo respiro.
Il film sarà disponibile su Netflix a partire dal 14 novembre.
Fonte immagini: Festa del Cinema di Roma
