PICCOLE DONNE, la recensione del nuovo adattamento di Greta Gerwig

Piccole Donne

Piccole Donne, dal 9 gennaio al cinema

Non sono passati neanche due anni dall’ultima trasposizione di Piccole Donne, il classico della letteratura nato dalla penna di L.M. Alcott, ma sembra che questo imperituro racconto del 1868 sia destinato ad accompagnare ancora le nostre vite, generazione dopo generazione.
Piccole Donne fu il primo libro, molto autobiografico, dell’autrice, a cui seguirono Piccole Donne Crescono, Piccoli Uomini e I Ragazzi di Jo. Di questi 4 romanzi, solo i primi due (fusi assieme) sono stati trasposti, nel corso degli anni, in 6 versioni cinematografiche e televisive, per raccontare l’appassionante storia delle quattro sorelle March.
La regista Greta Gerwig (Lady Bird, Mistress America) porta nelle nostre sale la settima trasposizione, rielaborando con un tocco differente e decisamente personale le vicende narrate nei due libri.
Piccole Donne

Le quattro sorelle March: Meg, Amy, Jo e Beth

La famiglia March è un nucleo umile e dai pochi mezzi ma molto unito.
La guerra di secessione americana, purtroppo, non guarda in faccia nessuno e il capofamiglia si arruola come cappellano al fronte.
La moglie, Marmee (Laura Dern), e le quattro figlie, Meg (Emma Watson), Jo (Saoirse Ronan), Beth (Eliza Scanlen) e Amy (Florence Pugh), sono costrette quindi a tirare avanti come meglio possono.
Marmee è una donna molto forte e caparbia e riesce a gestire i temperamenti molto diversi delle giovani, guidandole nella crescita, affinché diventino donne responsabili, amorevoli e generose.
Durante gli anni della fanciullezza, le ragazze diventano molto amiche del vicino di casa, Laurie (Timothée Chalamet), il quale si innamora da subito della ribelle Jo. Insieme a lui, le giovani intraprendono avventure di ogni tipo, condividendo gioie e dolori.
Ognuna con la sua indole fa fronte alle avversità che incontra nella vita, senza mai perdere la speranza.
Crescendo, le quattro sorelle seguiranno la propria strada: Meg sposerà il tutore di Laurie, John Brooke; Amy accompagnerà la zia March (Meryl Streep) in Europa, dove perseguirà la sua passione per la pittura; Beth, la più delicata ma anche la più tenera e dolce, amante della musica, si spegnerà ancora giovane; infine Jo, colei che sogna ardentemente di diventare scrittrice, nonché la sorella dallo spirito più ribelle e anticonformista, sarà colei che scriverà la loro storia.
La trama è conosciuta dai più. Eppure c’è sempre qualcosa da raccontare sulla vita di queste piccole fanciulle che, nel corso dell’adolescenza, hanno vissuto diversi drammi: dalla guerra, alla povertà, alla perdita di un familiare.
Il concetto di autobiografia subentra dal momento che la famiglia March rappresenta in realtà la famiglia Alcott al gran completo.
Anche la scrittrice perse la sorella a cui era molto legata in giovane età, allo stesso modo in cui Jo perde la sua Beth.
Luisa May Alcott è Jo e Jo è lei, con i suoi sogni, carta e inchiostro alla mano, pronta a volare libera tra le parole.
Piccole Donne

Jo e Laurie

La pellicola della Gerwig è sicuramente la versione più originale e introspettiva.
Chi ha letto i libri noterà da subito come la regista riesca a raccontare ogni evento e particolare che abbia reso grande e familiare la storia, senza tuttavia affidarsi al tipo di narrazione a cui si è abituati. Piccole Donne scorre infatti al contrario.
Jo e le sorelle sono adulte, vivono nel mondo e si sono lasciate l’infanzia alle spalle. La guerra è ormai finita e ha portato via con sé i dolori e le perdite. La vita va avanti e così anche le nostre eroine cercano un loro spazio, tra problemi sentimentali ed economici.
Jo è diventata una scrittrice a tutti gli effetti: ha una sua voce che deve solo riuscire a far sentire, cercando di pubblicare i suoi racconti, nonostante le rigide imposizioni sociali del tempo, soprattutto nei confronti del gentil sesso.
Le vicende che tutti conosciamo vengono quindi raccontate come ricordi – non per forza in ordine cronologico ma piuttosto come avvenimenti di un passato lontano ma mai dimenticato. Un passato che si insinua nella vita di ogni giorno, tra problemi comuni, impegni lavorativi, obblighi e affetti.
Da questo modo molto intimo e introspettivo di raccontare la storia, Greta Gerwig fa emergere tutte quelle particolarità che hanno fatto innamorare le persone al racconto ma, allo stesso tempo, donandogli una sua moderna visione.
Risaltano in particolar modo le difficoltà che una donna doveva affrontare per ritagliarsi una propria indipendenza e i dettami legati all’obbligo di doversi sposare per poter avere un qualche tipo di futuro.
Sotto questa chiave di lettura, il personaggio di Jo diviene quindi ancora più intraprendente e anticonformista per il tempo… e non solo lei. La regista dà voce anche al personaggio di Amy, la sorellina più piccola, viziata e coccolata da tutti, che in quanto donna adulta, all’interno della pellicola, identifica questi atteggiamenti come problemi, lasciando intuire quanto sia in realtà un personaggio maturo e concreto.
Piccole Donne

Il matrimonio di Meg con il Signor Brooke

Greta Gerwig riesce a dare vita in modo perfetto a ogni singolo personaggio del romanzo.
Ogni attore, anche il meno importante, si identifica appieno nel personaggio assegnatogli, incarnandolo con maestria; lo riveste come un guanto e riesco a restituirlo perfettamente, addirittura più vero e complesso.
La narrazione non lineare, insieme a musiche e fotografia, concorre poi a creare un piccolo gioiello.
I caldi colori pastello dell’immaginario legato all’infanzia si contrappongono a quelli più spenti e freddi dell’ardua quotidianità, andando a sottolineare come spesso i ricordi più belli vengano idealizzati ed elevati, come se quel genere di emozioni fosse impossibile da rivivere al tempo presente.
La pellicola emoziona a livello intimo, donando quasi la sensazione di poter godere del profumo dei fiori in primavera o di quello della neve in inverno.
Con Piccole Donne, la regista realizza tanti piccoli quadri in successione, riuscendo a far rivivere le medesime sensazioni che si hanno leggendo i romanzi originali.
Si accosta alla storia, non da estranea ma da donna che sa cosa voglia dire affrontare i problemi della vita e, al contempo, come fanciulla legata al racconto di L.M. Alcott.
Bussa, chiede permesso, entra nella stanza, alza lo sguardo e fa capire che lei è lì. Ha anche lei una sua voce e vuole farsi sentire.

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