PARASITE, la recensione del film di Bong Joon-ho

Parasite

Parasite di Bong Joon-ho

I parassiti vivono nascosti nel buio, tengono celata la loro esistenza così da sfruttare appieno quella del corpo ospitante. Giù, nei bassifondi della società, all’ombra di uno scantinato, vive la famiglia del giovane Ki-woo. Una condizione dura, difficile la loro, di chi ha imparato ben presto a (soprav)vivere di ingegno per sfruttare con apparente semplicità il privilegio altrui. Botola che cela una bellezza mefistofelica che scorre sotto la superficie effimera della ricchezza, l’esistenza di questa famiglia al limite della povertà e dall’indole parassitaria è subitamente mostrata dalla macchina da presa di Bong Joon-ho che, senza remore, immortala i suoi personaggi intenti a ricercare un nuovo segnale wi-fi da scroccare.
“Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro, niente scrupoli o rispetto verso i propri simili perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili” cantava Frankie Hi-Nrg nella sua hit Quelli che benpensanoed è in questi versi che si nasconde in nuce un turbinio di ribellioni e desideri di ribaltamenti sociali che Parasite (Palma d’oro a Cannes) affida ai propri protagonisti. I movimenti di macchina di Bong Joon-ho si spostano lungo coordinate precise, un perimetro che confina i propri personaggi ed entro il quale lasciarli muovere, dall’alto verso il basso, in un nascondino esistenziale fatto di scalate sociali. Nel mondo di Parasite, dopotutto, non c’è posto per discese nel soprannaturale o creature fantastiche. Parasite è una costola filmica che si stacca con delicatezza dal corpo principale; intessuto delle stesse ingiustizie sociali che infondono vita a opere precedenti di Bong Joon-ho come Okja o Snowpiercer, il film viaggia autonomamente lungo una direttrice verticale, ascensore sociale dentro il quale i protagonisti tentano di ascendere a privilegi a loro negati, per poi ritrovarsi gettati in un baratro oscuro da cui tentano, inutilmente, di risalire. Il seme del parassita da cui germoglierà un fiore malato, che tenta di elevarsi al cielo per nutrirsi, vive nel rinsecchito giardino dell’ordinario, terriccio di povertà e disillusione. E così, nella loro azione boicottatrice, i membri della famiglia di Ki-woo vengono colti sempre insieme, uniti, come un essere parassitario da decine di arti, che si muove all’unisono e in perfetta coordinazione. Niente deve essere fuori posto, tutto, anche un’impercettibile smorfia, è studiato a menadito per rientrare nel piano di attacco. E così il mostro, il parassita che dà il titolo all’opera, striscia silente nelle intenzioni, nei non detti e nei nascondigli sotterranei fatti propri con posizioni fetali da ogni singolo membro della famiglia protagonista.

Istantanea della diseguaglianza sociale che strattona e strangola l’attualità coreana in primis, e figlia di quella paura dilagante già tradotta in immagine cinematografica da Jordan Peele in US, Parasite gioca su nemesi e riflessi speculari di due mondi in perpetua collisione. E così le finestre su cui si aprono le abitazioni delle due famiglie (giardino immenso per la famiglia Park, strada sovrastante sempre inondata di getti d’acqua per quella di Ki-Woo) reduplicano un’altra superficie riflettente come quella della cinepresa e, in seconda istanza, dello schermo cinematografico su cui si staglia la corsa alla rivincita personale di Ki-Woo. Ladri di uno stile di vita a loro interdetto, Ki-taek, Chung-sook e i loro due figli adolescenti si fanno testimoni di una galleria di sogni e incubi, aspirazioni e cadute rovinose colte con abile maestria da Bong Joon-ho. Parvenza di history in the making che favorisce il legame simpatetico tra pubblico e personaggi, il nucleo domestico indagato e registrato con riprese perfettamente in asse, diviene transfert delle aspirazioni di un’intera nazione che il regista coglie ed esacerba con acume e intelligenza, donando in pasto agli spettatori uno dei migliori film della stagione. L’autore registra le loro ascese al paradiso del lusso e la susseguente rovinosa caduta agli inferi cambiando genere con la stessa velocità con cui i suoi personaggi trovano rifugio nella casa che li ospita, passando dalla commedia al thriller, fino al dramma.
Caustico dipinto di un mondo che senza “superare mai i limiti” tenta di risalire dal baratro dell’esistenza (non a caso molti plot-twist hanno luogo – come nel cinema di David Fincher – in cantine e seminterrati, simulacri spaziali di bassezze umane) ribaltando la linea orizzontale che stipulava l’ordine sociale del treno di Snowpiercer, Parasite è un saliscendi esistenziale, in cui il bagliore di una vita migliore acceca i suoi protagonisti, ne brucia le ali fatte di ingegno e furbizia, per poi determinarne la loro disfatta finale. O forse no.

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