MARTIN EDEN, la recensione del film con Luca Marinelli

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Martin Eden è un marinaio che salva il giovane aristocratico Arturo da un’aggressione. Quest’ultimo, per sdebitarsi, lo invita a casa sua dove fa la conoscenza di Elena, ragazza altolocata di cui Martin si innamora. Il loro rapporto spingerà Martin a interessarsi alla lettura e alla scrittura.
Il film è un racconto di maturazione anomalo che incarna la parabola di un uomo che segue le sue convinzioni scontrandosi con una società al contempo in fervente trasformazione e delimitata da barriere linguistiche e culturali insormontabili. Nel personaggio interpretato da Luca Marinelli c’è tutta la passione dell’eroe romantico che predilige l’individualismo (e la solitudine) alla rinuncia dei propri ideali.
Un moderno Jack London trasportato in una Napoli novecentesca: un intero secolo italiano viene delineato in una commistione di epoche, dagli anni ’70 alle influenze del primo dopoguerra, che lascia sospeso il tempo del racconto diventando una fotografia vivida di quasi 100 anni di storia.

Il regista Pietro Marcello mette in scena un’opera atemporale, poetica, in cui il regime astratto e simbolico della memoria si alterna con l’istanza politica di comunicare il presente. Il tema portante è la passione per la scrittura quale mezzo di riscatto personale e, al contempo, veicolo necessario per comunicare lo stato d’animo di angoscia esistenziale e denuncia sociale del protagonista. Martin Eden, il marinaio che passa dal non saper pronunciare il nome di Baudelaire a tenere lezioni nelle più importanti università, incarna il prototipo dell’uomo umile che si eleva dal suo rango con dedizione e resistenza in un mondo che cerca di affondare i suoi ideali e la sua vocazione. Il personaggio, con il volto di un eccezionale Luca Marinelli, imbocca un percorso costruttivo-distruttivo fatto di sacrifici e di un malessere vitale che spesso sfocia nella delusione e negli errori, ma che non lo scalfisce nei suoi propositi.
Se la prima parte segue un moto centripeto di cui Martin è fulcro inamovibile, la seconda, segnata dall’introduzione della svolta politico-sociale, sprigiona una forza centrifuga che evidenzia il rapporto del protagonista con il mondo esterno, annodandosi talvolta su se stessa e forzando il racconto in una direzione quasi estranea.
Martin Eden è un film politico, civile, che parla del mondo di oggi e, con una visione estremamente concreta. La condizione fisica del protagonista nel finale non è casuale e rappresenta la sintesi perfetta della sua storia: un corpo emaciato, provato dalla durezza della gioventù, ma elegante e sofisticato per il patrimonio culturale acquisito, atto a simboleggiare il superamento (forse troppo insostenibile per una singola persona) della barriera.
L’ultima opera di Pietro Marcello è un’opera che convince ed emoziona trovando un suo linguaggio originale e profondo. Come lo sguardo di Martin Eden verso l’immensità del mare.
Marco Tomasoni & Michela Vasini

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