LIGHT OF MY LIFE, la recensione del film con e di Casey Affleck

Light of my life

Casey Affleck e Anna Pniowsky in Light of my life

C’è qualcosa di divino nello sguardo che, dall’alto, coglie tra le proprie braccia in formato 16:9 Caleb e sua figlia Rag. Divino, come l’arte di creazione di universi inventati e resi reali solo con la forza delle parole e dell’immaginazione. L’arca di Art, versione personalizzata della ben più celebre Arca di Noè, narrata da Caleb alla figlia, sebbene nata in seno a un esercizio di fantasia e creazione, trova una sorta di esorcizzazione del male che ha colpito la Terra e che spinge i due a vagabondare in eterno come fantasmi. Rag è infatti l’ultima (forse) della sua specie: una Eva contemporanea, non più prima donna sulla Terra, ma ultima tra gli ultimi.
Casey Affleck (premio Oscar per Manchester By The Sea, QUI la nostra recensione) costruisce la propria opera come una galleria di rimandi cinematografici e letterari; nel suo Light of my life si trova dunque un po’ di The Road (John Hillcoat, 2009) per la tematica del padre e figlio in perpetuo vagabondare in scenari post-apocalittici, di Hanna (Joe Wright, 2011) per la figura della ragazzina coraggiosa a cui è stato chiesto di crescere in fretta ed essere grande tra gli adulti (ma che alla luce del fuoco tiene stretto a sé un volume di fiabe) e di I figli degli uomini, (Alfonso Cuaron, 2006) sebbene ai bambini si sostituisce qui la totale assenza del genere femminile.
Inquadrature perlopiù statiche, fisse, che poco spazio lasciano al movimento se non per seguire, a dovuta distanza, i propri personaggi. L’obiettivo di Affleck si tramuta dunque in un occhio artificiale di chi spia e scruta da lontano, nascosto tra i cespugli di un bosco attraversato da Caleb e Rag. Il materiale registrato si fa scarto di una vita vissuta all’ombra di quella che dovrebbe essere la vera esistenza, tra libertà e divertimento. Ne è la sua riproduzione “in negativo” come una fotografia non ancora sviluppata perché fermata dal sopraggiungere di un evento epidemico. I movimenti sullo schermo diventano tracce di una vita sospesa che il regista e interprete immortala con fare quasi documentaristico, lo stesso che caratterizza un’altra opera firmata da Affleck come il mockumentary del 2010 Io sono qui con protagonista un Joaquin Phoenix intenzionato a lasciare il mondo dello spettacolo e della recitazione.
Light of my life è un film di sopravvivenza sotto forma di dialogo. Le parole, quelle essenze creative da cui può scaturire un nuovo universo, sono mattoncini che danno vita a una nuova scena, fogli già compilati di un nuovo capitolo da aggiungere alla storia di Caleb e Rag. Sono parole – pronunciate, sospirate o solamente scritte – che soffocano ben presto lo scorrere della pellicola, lasciando poco spazio all’ossigeno  di raggiungere uno spettatore ormai asfissiato. Una sensazione a tratti sgradevole, di un peso incolmabile che spinge sopra il petto e lascia il pubblico intorpidito, a volte anche annoiato, ma perfettamente in armonia con un contesto in cui se deve accadere qualcosa di spiacevole, allora tanto meglio che non accada nulla. Perché in Light of my life non c’è spazio per esplosioni, corse e battaglie. Le conseguenze reali dell’apocalisse che ha ucciso il genere femminile, si vivono dentro l’animo dei protagonisti, non all’esterno.
E così nel film di Casey Affleck la sopravvivenza va a braccetto con un senso del lutto mai veramente elaborato perché intrappolato tra i confini di un itinerario in cui non c’è spazio per il ricordo. Il passato bussa alla porta del protagonista per pochissimi, fragili momenti, ma viene immediatamente spazzato via, messo alla porta da un presente che reclama a gran voce la propria importanza in vista del domani da vivere chissà dove, chissà come. Eppure, questa mancanza di adrenalina, di piattezza, che ben si adatta al comparto narrativo, produce per tre quarti dell’opera un senso di amara insoddisfazione; è come approcciarsi a una poesia non finita, o a un quadro incompleto. Entri nella mente del suo autore, ne scruti le intenzioni, ma non riesci appieno a farlo tuo, a elaborarlo e assimilarlo. Il tempo riflessivo, disteso e prolungato per decine di minuti, è colmato da dialoghi fatti di confronto, di crescite e sviluppi fisici (la pubertà) per ora relegati al solo concetto linguistico e teorico, che fisico. Si assiste a un rapporto che si consolida, giorno dopo giorno, celante al suo interno una riflessione ben più profonda sulla figura della donna al giorno d’oggi, non sempre sorretta, però, da fondamenta solide. Almeno fino alle battute finali, quando la bestialità finora latente trova ora il modo di uscire con tutta la sua potenza esplodendo violenta come un fiume in piena.
La fotografia fredda, gelida, ombrosa esprime con i propri colori l’incertezza di un domani e di una sottrazione della vita i cui colori sono ormai spenti, sostituiti da una (a volte flebile) luce di speranza per il futuro. Nascosto nell’ombra, o sotto un lenzuolo (A Ghost Story) Casey Affleck riesce lo stesso a dominare la scena, sempre giocando in sottrazione e con pochi, piccoli movimenti, o espressioni limitate nel loro campionario, ma potenti nella loro realizzazione. Altrettanto sorprendente la performance della giovane Anna Pniowsky abile nel tenere testa, nei panni di Rag, al suo ben più navigato co-protagonista Casey Affleck.
Survival-movie dipinto con tonalità caravaggesche, Light of my life è un poema timido, commovente e intimistico che affida a poche, potenti scene il compito di rimanere impresso nella memoria dello spettatore mentre il resto svanisce ben presto, come i due protagonisti all’alba nel cuore della foresta.

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