Heated Rivalry non è solo una serie erotica: è un racconto su identità, vulnerabilità e relazioni paritarie che usa il desiderio come grammatica narrativa.
Heated Rivalry: desiderio, parità e identità
Avvicinarsi a Heated Rivalry con l’idea che sia solo smut significa fermarsi sulla soglia senza entrare davvero nella stanza. L’erotismo c’è ed è, nelle prime puntate, volutamente esplicito, insistito e dichiarato. La sessualità, qui, esprime un vero e proprio paradigma narrativo senza mai essere decorativa o leziosa. L’eros è struttura, linguaggio ed è il modo attraverso cui la serie articola una riflessione sorprendentemente lucida su rappresentazione, parità relazionale e costruzione identitaria. Non siamo davanti a una storia che usa il sesso per raccontare l’amore, ma a un racconto che usa il desiderio per raccontare la crescita.

La parità come tensione narrativa
Uno degli aspetti più radicali della serie è la costruzione di una relazione, quella tra Ilya Rozanov (Connor Storrie) e Shane Hollander (Hudson Williams), che non si fonda sul bisogno di salvezza. Non c’è nessuno da redimere e nessuno incarna la figura di mentore, come spesso succede in questi tipi di racconto. Qui la dinamica è competitiva, speculare e al centro c’è la vera rivalry; i protagonisti si incontrano non per completarsi, ma per misurarsi l’un l’altro.
Grazie a questa chiave di lettura Heated Rivalry intercetta qualcosa di profondamente emotivo per una parte consistente del suo pubblico: quello femminile. La relazione paritaria che mette in scena, fatta di desiderio reciproco, negoziazione e assenza di gerarchie implicite, assume i contorni di un nuovo ideale romantico.
Un ideale che molte donne riconoscono come difficilmente raggiungibile nelle relazioni eterosessuali contemporanee ancora strutturate, anche in forme sottili, su un predominio maschile sul piano decisionale, simbolico e emotivo. La fascinazione non nasce solo dall’erotismo, ma dalla possibilità di immaginare un’intimità svincolata da quella asimmetria.
Non è solo rappresentazione queer, è molto di più. Siamo di fronte a una fantasia politica della reciprocità.

Erotismo come dispositivo emotivo
Credo sia fondamentale inserire Heated Rivalry nella genealogia del genere romantico/erotico per capirne la portata. Non si tratta solo di una serie televisiva, ma bisogna avere ben chiaro che il testo di partenza nasce da una cultura, quella della fanfiction, che storicamente ha permesso a pubblici marginalizzati di riappropriarsi delle narrazioni dominanti. Lo smut, in questo contesto, non è mai stato soltanto eccitazione, ma una vera e propria rivoluzione. Con generi come questi c’è una vera e propria riscrittura del potere oltre a una nuova negoziazione e narrazione del consenso; siamo di fronte a una subcultura che esplora l’intimità fuori dalle logiche etero normative e ne amplia il potenziale narrativo.
Il lavoro di Jacob Tierney sulla regia e sceneggiatura compie un’operazione molto delicata nel trasformare una fantasia derivativa in un racconto autonomo senza snaturarne l’intimità originaria. In questi termini, basandoci anche sul materiale editoriale originale, la serie di libri Game Changers di Rachel Reid, il risultato è un equilibrio raro.
I personaggi restano riconoscibili, ma acquisiscono una credibilità emotiva che impedisce loro di essere semplici proiezioni di desiderio. Qui il sesso non è uno spettacolo isolato, ma una vera e propria grammatica relazionale dove ogni incontro diventa una conversazione che i personaggi non sono ancora pronti a sostenere a parole (almeno all’inizio).

Conflitto senza tragedia
I 6 episodi (non ancora tutti disponibili in Italia) hanno sicuramente un registro emozionale molto definito facilmente fraintendibile e non convenzionale nella costruzione di un conflitto. Assicurandovi che non c’è catastrofe, o quasi, e forse solo un briciolo (qualcosa in più) di disperazione, questo titolo ha qualcosa di molto più sottile; un costante contrasto interiore. C’è una perenne tensione tra ciò che è identità pubblica e desiderio privato, tra autonomia e bisogno, tra performance e autenticità. Se avessimo cercato dolore e frustrazione, avremmo guardato altrove (anche se la seconda stagione ci darà una bella mazzata sui denti).
Heated Rivalry è un coming of age che parla di sessualità come processo di auto-definizione, non come evento scandaloso o liberatorio.
Il ruolo del doppiaggio: tradurre la vulnerabilità
Non vorrei dilungarmi sulla questione che ha infiammato i social nelle settimane che hanno preceduto l’arrivo della serie in Italia riguardante la sommossa social-popolare su un doppiaggio non ritenuto all’altezza. Ha fatto quasi scalpore la potenza di un fandom che ha, deliberatamente, richiesto di ridoppiare la serie dopo solo un primo trailer. In una narrazione costruita sulla tensione tra esposizione e controllo, il doppiaggio non è un accessorio tecnico ma uno strumento interpretativo. Nella voce, negli accenti e nell’incomunicabilità linguistica c’è il luogo in cui il desiderio prende forma.
Attraverso inflessioni, esitazioni e pause, un doppiaggio sbagliato avrebbe rischiato di appiattire la parte più importante della vicenda: la fragilità. Permettere al pubblico di percepire non solo cosa accade, ma cosa costa emotivamente, è un’altra storia.

Una serie come spazio aggregativo
Pur non essendo un capolavoro formale, la serie possiede qualcosa di più prezioso: una funzione sociale che ha la capacità di aggregare le masse. Non perché offre erotismo, sia chiaro, ma perché costruisce relazioni credibili, riconoscibili e imperfette. L’aspetto relazionale non è subordinato alla componente erotica, ma, anzi, ne è il fondamento.
Il pubblico non si limita a desiderare i personaggi, li comprende e in questo spazio, dove il desiderio espone la vulnerabilità, nasce una comunità emotiva.
Heated Rivarly non promette di essere la serie rivoluzione, non è nata per questo. Promette, piuttosto, riconoscimento in ogni sua forma.
Ed è proprio questo che la rende, nel suo piccolo, necessaria.