UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK, la recensione del film di Woody Allen

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Un giorno di pioggia a new york
Elle Fanning e Timothéè Chalamet in “Un giorno di pioggia a New York”
Scende la pioggia, leggera e silenziosa, e tutto lava. Cade attivando l’anima dei malinconici e dei romantici, che tra quei loro capelli bagnati da gocce delicate, amniotiche, sono pronti a rinascere. Le nuvole cariche e buie sono moniti di cambiamento tra le fessure di una vita tranquilla, baciata dal sole della sicurezza economica e sentimentale. Con Un giorno di pioggia a New York Woody Allen lascia vagare i propri personaggi tra le bellezze della sua musa urbana, e da ogni strada attraversata, colore immortalato, o minima venatura marmorea accarezzata, lasciarsi ispirare.
In Un giorno di pioggia a New York, ritorna dunque a insidiarsi tra le pause di battute pensate, sospirate, trattenute, o confessate in soliloqui estemporanei, quel tipico sarcasmo alleniano sfumato da romanticismo andatosi perdendo negli ultimi anni tra le strade di una Francia poeticamente sospesa (Magic in the Moonlight), o di una colorata Coney Island anni ’50, non all’altezza del genio che l’ha riportata in vita (La ruota delle meraviglie).
Avvolti da una leggera nebbia, o da un riverbero di luci lontane, i colori di Vittorio Storaro riempiono di emozioni un giorno nella vita di un ragazzo così sicuro eppure così pieno di dubbi come Gatsby (Timothée Chalamet); un’altalena di sentimenti così verosimili da fare di ogni disillusione, tradimento, allontanamento e riavvicinamento, un riflesso perfetto della vita – quella reale – che scivola via mescolandosi tra lacrime e gocce di memoria. L’ingenuità di Ashleigh (Elle Fanning) che la porta lontana da Gatsby e vicina a un mondo stralunato e bipolare come quello delle star hollywoodiane, è insieme motore dell’intreccio, e collante umano dei vari tasselli di una New York che, alla prima goccia di pioggia, al posto di rintanarsi sotto ombrelli, o all’interno di musei e locali, esce allo scoperto per mostrarsi in tutta le propria vulnerabilità e idiosincrasia. E se i musei (come in Midnight in Paris) o i cinema (Io e Annie) fanno la loro comparsa, non è per mostrarsi nel loro essere manto protettore da un tempo avverso, quanto nelle vesti di custodi di arte e sogni cristallizzati in oggetti da ammirare. Le loro stanze sono teatri dove mettere in scena il proprio cuore, facendo i conti con i suoi battiti altalenanti. Al resto ci pensa la regia sapiente e carica di significati di Woody Allen; uno sguardo che va al di là del visivo per insignire ogni sguardo, o movimento di macchina, di sfumature nuove.
Un giorno di pioggia a New York
Tra i primi piani e le inquadrature ristrette sui volti uniti di Gatsby e Shannon si intravede così imperversare una complicità non ancora mostratasi sullo schermo; le battute pungenti e cariche di sarcastica visione della vita (“la vita reale è per chi non sa fare di meglio” affermerà il personaggio interpretato da un’ispirata Selena Gomez) sono palline colpite con forza e precisione dai due ragazzi sul campo da tennis dell’esistenza.  Anime saturnine, i due diventano se stessi solo sotto un cielo plumbeo; una natura malinconica e per questo in perfetta contrapposizione con quella leggera, fresca, frivola e civettuola di Ashleigh. Un riflesso speculare quello dei due giovani interpretati dalla scoppietante coppia Chalamet-Fanning, colta all’interno di un’inquadratura pronta a separarli sempre; un allontanamento filmico che si fa anticipatore visivo di una separazione inevitabile e senza la quale il sapore dolce-amaro della pioggia a New York non sarebbe stato lo stesso, mentre l’aria di cambiamento si sarebbe rivelata una semplice brezza leggera da cui ricoprirsi dietro sciarpe o vestiti eleganti.

Supportato da una coralità attoriale dietro cui nascondere le diverse sfumature di una umanità in perpetuo mutamento, Woody Allen si riconferma uno dei migliori ritrattisti di personalità in bilico tra i propri dubbi esistenziali e le (a volte troppo alte) aspettative del mondo esterno. All’asciutto corpo di Timothée Chalamet e alla sua mimica introspettiva, Allen affida le proprie ossessioni e le proprie passioni (il jazz, i vecchi film, i locali rétro, i giorni di pioggia) per poi inserirlo al centro di quel mondo da lui amato e finalmente citato nel titolo di questa sua nuova creatura: New York. Il resto è una performance jazz suonata corsa dopo corsa, sguardo dopo sguardo, tra donne perse (Ashleigh) e ritrovate (la madre). Inghiottita dalla città, Ashley è l’alito di vita che riporta a battere la Grande Mela, cuore pulsante di un corpo alle cui estremità ci sono loro, Gatsby, Shannon, il regista Roland Pollard, Ted Davidoff e l’attore Francisco Vega, personalità uniche eppure legate e manovrate con abilità dalla città che tutto vede e tutto bagna con la propria pioggia mentre intorno il cambiamento prende intanto il sopravvento. E nulla, al sorgere del sole, sarà più come prima.