THE IMITATION GAME, la recensione

Benedict Cumberbatch, Keira Knightley e Matthew Goode nel film The Imitation Game

Celebrato all’ultima edizione del Toronto International Film Festival con il riconoscimento del People’s Choice Award, il Premio del Pubblico assegnato al Miglior Film della manifestazione, The Imitation Game porta sul grande schermo il ritratto intenso e avvincente di un’uomo, pioniere della moderna informatica, che ha cambiato le sorti di un intero conflitto mondiale grazie alle sue eccezionali capacità intellettive. Alan Turing (Benedict Cumberbatch), matematico crittoanalista, ebbe il merito, durante la seconda guerra mondiale, di aver creato una macchina in grado di decifrare i codici segreti tedeschi generati da un dispositivo conosciuto con il nome di Enigma. Turing, infatti, venne scelto insieme ad un gruppo di studiosi, matematici e linguisti, per lavorare nei servizi segreti inglesi e cercare di risolvere l’arcano cifrario nazista.
Le vicende sono raccontate seguendo i fallimenti e i successi del gruppo, le loro relazioni, le vite e i tradimenti di uomini (e una donna) che sono scesi in guerra seduti attorno ad un tavolo cercando di anticipare le mosse di un nemico che stava piegando l’Europa.
Una pellicola che affascina lo spettatore, così come il cast: a vestire i panni dell’unica donna del gruppo è Keira Knightley che rende giustizia al personaggio di Joan Clarke regalandole femminilità, intelligenza e caparbietà, troviamo poi Matthew Goode (Stoker, A Single Man), Mark Strong (la Talpa), Charles Dance (Gosford Park), Allen Leech (In Fear) e Rory Kinnear (Skyfall).
Un film complesso e di stampo ‘britannico’ in uno scenario in cui la guerra è presente, viva e schiacciante, ma rimane al di fuori del contesto della rappresentazione dove non vi sono eccessi e tutto rimane composto e misurato.
Il vero conflitto è quello interiore del protagonista, una mente superiore che si sente intrappolata in un corpo e in situazioni che la rendono instabile e a tratti schizofrenica. I conflitti sono anche quelli tra i vari personaggi dai caratteri diversi e antitetici, chiamati a convivere e condividere ogni attimo per anni, rispondendo ad una missione segreta e cruciale che li rende nervosi e impazienti.
Lo scontro è quello stesso dell’Inghilterra, terra che si spezza tra giustizia e moralità, che condanna il genio che ha portato la pace non appena si mette in dubbio l’etica della sua condotta. Il film, infatti, è raccontato attraverso la tecnica del flashback e si apre nel 1952, anno in cui Alan Turing venne arrestato per “atti osceni” in quanto omosessuale e sottoposto ad una cura di estrogeni sintetici, accusa alla quale non riuscì a sopravvivere.
Morten Tyldum, regista norvegese candidato ai BAFTA 2012 con il thriller Headhunters (campione d’incassi in patria), si inserisce nel racconto filmico di una biografia mantenendo le distanze da giudizi eterogenei di ogni tipo, ma riuscendo straordinariamente a rendere empatico un personaggio tanto controverso quanto affascinante e fragile. La sceneggiatura di Graham Moore, tratta dal romanzo “Alan Turing. Storia di un enigma.” scritto da Andrew Hodges, è ricca di momenti e avvenimenti confezionati come se fossero preziosi gioielli. Il lungometraggio si inserisce nella schiera di quei film biografici che hanno raccontato le menti geniali e tormentate di uomini, progressisti e innovatori dotati di un’innata intelligenza che hanno cambiato inconsapevolmente il mondo.
Cumberbatch, in una interpretazione impeccabile che profuma di Oscar, mostra le fragilità e la temperanza di una persona che ha combattuto una vita intera contro se stesso e riesce a infondere, in ogni sua sfaccettatura, una fortissima umanità al personaggio di Turing. Le sue nevrosi, le sue insicurezze, il suo genio e persino la strana tenerezza con cui si rivolge alla propria macchina, chiamata ‘Christopher’, in onore dell’amico di infanzia (e sembrerebbe il primo amore) scomparso per un malattia in giovane età, fanno sorridere ma anche commuovere.
The Imitation Game è l’esempio di come una pellicola abbia il potere di coinvolgere il pubblico attraverso l’intensità e la profondità delle immagini, incorniciate nel quadro di una storia magnificamente raccontata dal regista e sensibilmente interpretata dai protagonisti.

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