SEARCHING, la recensione del thriller con John Cho

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John Cho in Searching (2018)

David Kim (John Cho) è un vedovo americano di origini coreane la cui figlia adolescente, Margot (Michelle La), scompare improvvisamente senza lasciare traccia.
Searching di Aneesh Chaganty è un classico thriller che viene narrato con la tecnica dello screencast, ossia tutto quello che vediamo sullo schermo è ciò che appare soltanto sugli schermi che utilizzano i protagonisti. Computer portatili, tablet e smartphone che ci connettono con il mondo ogni giorno diventano specchio di una realtà che conosciamo molto bene e di cui siamo spesso protagonisti.
I social, la condivisione di video e immagini, le chat fanno talmente parte della nostra quotidianità da esserne ormai espressione propria e interiorizzata del nostro linguaggio. All’inizio del film la sensazione di osservare una vicenda intrisa di metalinguaggi (lo schermo nello schermo) è alquanto straniante, ma con lo scorrere del tempo diventa naturale.
Le azioni sullo schermo, così come nella vita, non sono altro che il racconto della modernità e del modo ormai consuetudinario di interfacciarci con gli altri, ponendo sempre un filtro e costruendo un storia di noi stessi “in rete”.
InSearching traspare, nemmeno troppo velatamente, una critica verso le figure genitoriali, incapaci di comprendere i figli non solo nella vita reale ma anche, e soprattutto, nella vita “segreta” online dove i più giovani sembrano rifugiarsi e creare la loro vera identità. I ragazzi esauriscono la loro storia online ed è proprio nella rete che si celano le risposte al dramma della scomparsa dell’adolescente protagonista.
Internet diventa il terreno della rivelazione e della scoperta, il luogo dove rintracciare quegli indizi che nel concreto non esistono più.
Searching recensione

Searching (2018)

Nonostante non aggiunga nulla di originale in termini narrativi (il colpevole è facilmente individuabile), il lungometraggio fa riflettere su come internet sia diventato un universo reale più reale della realtà stessa. E non solo una via di fuga da quest’ultimo, ma anche una dimensione in cui le coscienze si sono spostate completamente sulla rete. Il tutto in uno scenario inquietante dove lo stesso spettatore sembra rimanere incastrato e sedotto.
Sicuramente la forza del prodotto filmico sta nella modalità del racconto che fa sedere lo spettatore davanti al pc e lo accompagna in un universo conosciuto, tra gli ambienti dei sistemi operativi, cartelle in condivisione, foto da archiviare e chiamate su Facetime. Particolarmente irritante – e sfido chiunque a non averlo mai fatto almeno una volta a settimana – è il momento in cui il padre del protagonista per trovare informazioni sulla figlia cerca di ripristinare le password di almeno 3 diversi social cliccando l’annosa domanda “Hai dimenticato la password?” con l’interminabile sequela di codici di ripristino via mail.
Peccato solo che l’impressione finale dopo la visione di Searching sia quella di un film scaltro e molto accorto, che strizza l’occhio a serie come Black Mirror ma che non approfondisce mai il tema delle identità virtuali.
Searching è un esperimento coraggioso che adatta il linguaggio cinematografico ai tempi moderni e alle tecnologie che hanno cambiato le nostre vite rendendoci “esperti schiavi digitali”.

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