PARADISE, il candore e l’orrore – Recensione del film di Andrei Konchalovsky

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Yuliya Vysotskaya in Paradise (2016) di Andrey Konchalovskiy
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Paradise (2016) di Andrey Konchalovskiy
C’è qualcosa di magico nelle immagini in bianco e nero di Paradise.
Il film di Andrej Konchalovsky, vincitore del Leone d’Argento per la miglior regia alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2016, è uno struggente affresco che mette tre personaggi, completamente diversi, sotto la stessa, intensa luce. Il modo in cui vengono presentati e in cui guidano letteralmente la narrazione li pone in rapida connessione col pubblico.
Paradise è il racconto di tre vicende che si incrociano nella Francia occupata dai nazisti verso la fine della guerra. Un capo di polizia francese, il collaborazionista Jules (Philippe Duquesne), si trova a gestire il caso di una nobildonna russa accusata di aver nascosto dei bambini ebrei.
Lei, Olga (Yuliya Vysotskaya), capisce che potrebbe salvarsi concedendosi al poliziotto. Ma la situazione prende un’altra piega e Olga, tempo dopo, viene mandata in un campo di concentramento tedesco dove incontra il nuovo ufficiale delle SS, l’idealista nazista Helmut (Christian Clauß), incaricato di mondare la direzione del campo dalla corruzione.
Il pugno di ferro della Germania del Führer sta perdendo la presa e il collasso è sempre più imminente.
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Yuliya Vysotskaya in Paradise (2016) di Andrey Konchalovskiy
Quello che salta subito all’occhio di Paradise è il candore del bianco e nero unito al formato non panoramico in 4:3. La scelta azzeccata di usare questa cornice per de-spettacolarizzare la storia dona al film un’aura anacronistica, fuori dal tempo e dallo spazio.
La fissità della macchina da presa, insieme agli intermezzi  da confessione/interrogatorio dei tre protagonisti, crea una propria dinamicità a cui ci si abitua ben presto. Proprio i segmenti “soggettivi”, surreali frammenti di flussi di coscienza, sono il filo conduttore del lungometraggio.
La crudezza del campo di concentramento è trasmessa senza mai metterla davanti allo spettatore e le sfumature di pensiero, interiorità e percezione dei personaggi emergono anche in base alle loro reazioni all’orrore. Sappiamo chi erano, scopriamo chi sono.
Chi cerca solo di sopravvivere per risparmiare l’inferno a sé e ad altri innocenti.
Chi crede in un “paradiso in terra” per la razza prediletta.
Chi bada al proprio tornaconto senza troppi scrupoli e senza porsi domande.
Paradise non offre risposte, se non quelle più basilari, e Konchalovsky ha l’accortezza di giocare sottilmente con il melenso in certi frangenti – dopo aver imbastito un racconto composto e asciuttissimo – senza oltrepassare mai il limite.
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Yuliya Vysotskaya in Paradise (2016) di Andrey Konchalovskiy
C’è, infine, qualcosa di davvero poetico nel modo in cui Paradise si smarca dall’archetipo classico dei film sull’Olocausto. Quasi come se non fosse concepito come film sull’argomento, affronta in modo intimo e surreale (quasi a volte onirico) un tema particolarmente terreno: cosa siamo disposti a fare per sopravvivere?
Ognuno ha una sua risposta. Nessuna è più giusta o sbagliata di altre, dal punto di vista di chi ne parla.
Collaborare con gli aguzzini per garantire un futuro decente alla propria famiglia.
Rischiare la vita per salvare qualcuno o dedicarsi anima e corpo a una causa per noi importante al di là del bene e del male.
Ognuno segue il proprio cammino. E se qualcuno di essi porta davvero a qualche paradiso non sempre è dato saperlo.