NELLE TUE MANI, la recensione del film di Ludovic Bernard

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nelle tue mani recensione
Nelle tue mani (2018) di Ludovic Bernard
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Nelle tue mani (2018) di Ludovic Bernard
Mathieu (Jules Benchetrit) è un giovane delle banlieue che un giorno, nella confusione di una stazione di Parigi, inizia a suonare un pianoforte a disposizione del pubblico. In quel momento passa da quelle parti il direttore del Conservatorio Pierre Geithner (Lambert Wilson), che riconosce l’eccezionale talento di Mathieu. La proposta di entrare in conservatorio non interessa il giovane, che preferisce vivere dei furti messi a segno insieme a due suoi amici. Dopo un colpo andato storto, però, sarà proprio Pierre a proporre uno scambio: egli eviterà la prigione al giovane in cambio di qualche ora di lavoro. Il suo vero scopo è, in realtà, quello di preparare Mathieu a un concorso nazionale di pianoforte.
Ludovic Bernard porta sullo schermo la storia di un ragazzo di periferia che cerca di uscire fuori dalla sua condizione difficile con tenacia, coraggio e attraverso il suo talento.
Nonostante le premesse, la pellicola soffre di una mancanza di freschezza. Sin dalle prime scene, infatti, abbiamo la sensazione di stare guardando qualcosa di già visto, una sorta di favola moderna che si sviluppa tra le pieghe di culture e mondi diversi. Le note finali sono assolutamente prevedibili già dall’inizio e l’assenza di una linea originale nella costruzione del film rende la narrazione troppo anodina e lineare.
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Nelle tue mani (2018) di Ludovic Bernard
Le vicende dell’adolescente indomabile che viene dalle banlieue e si ritrova a frequentare un prestigioso Conservatorio di Musica di Parigi si intrecciano con quelle delle persone che vivono attorno a lui. Inutile sottolineare quanto, in questo scenario, la sequela di luoghi comuni faccia da cornice ad un racconto in cui non sorge mai il sospetto che qualcosa vada in maniera differente da quella prevista.
Persino la storia d’amore tra Mathieu e una ragazza di colore di buona famiglia si presenta come una farsa elementare senza capo ne cosa.
Malgrado la poca originalità seguiamo con discreto interesse il viaggio dall’abnegazione all’apprendimento del giovane talento, perso di un mondo estraneo, anche per via di un buon lavoro del cast.
Il racconto, bloccato da un adagio lento, lascia emergere l’emozione facendo leva sui tre protagonisti uniti dalla passione per la musica. Ed è proprio grazie al potere della musica che il film costruisce le sue scene migliori, quelle in cui tutto è scandito dalla precisione del metronomo e dalle dita posate sui tasti del pianoforte. Kristin Scott Thomas incarna un’insegnante implacabile, soprannominata la Contessa, la cui apparente ruvidità si scontra in maniera tempestosa con l’indole dell’adolescente Mathieu. Lambert Wilson veste i panni di un uomo determinato che mette in discussione l’intero sistema per sostenere la sua causa e il dono di Mathieu.
Senza risultare caricaturali nelle interpretazioni, i due attori nutrono i rispettivi personaggi di speranza e umanità, mentre il giovane Jules Benchetrit supera se stesso prestando il volto al giovane musicista. La sua capacità di dare piena credibilità al carattere irrequieto del suo personaggio è davvero impressionante.
La scena finale, piena di energia e trasportata da una musica meravigliosa, ci fa dimenticare i troppi difetti della pellicola lasciandoci solo il ricordo vivo di una armoniosa melodia.