LOUISIANA (The Other Side), la recensione

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Dopo Stop The Pounding Hearth, Roberto Minervini torna sul grande schermo con uno struggente documentario ‘politico’ sul degrado della società americana in Louisiana (omonimo titolo del film seguito da The Other Side).
Il regista focalizza l’attenzione su una comunità attuale, dolente e tormentata, che tenta di reagire ad una minaccia: essere tragicamente abbandonati da una società, quella americana, che non è in grado di garantire i diritti sacrosanti dei suoi cittadini. Ai margini della ‘frontiera’ dove regna l’anarchia e l’illegalità, troviamo una coppia di innamorati alle prese con l‘avvilente fenomeno della droga, dalla più sfrenata dipendenza allo spaccio puro, che li getta in uno stato di prigionia esistenziale, portandoli a provare un odio profondo verso le istituzioni e, in particolare, verso il presidente Obama. In un secondo frangente, veniamo poi catapultati all’interno di un gruppo di paramilitari che danno sfogo alla propria rabbia e alla ribellione nei confronti del presidente degli Stati Uniti, distruggendo qualunque oggetto o cosa si palesi davanti a loro. Un uomo come Barack Obama che non rappresenta il suo popolo, che abbandona i cittadini al loro ‘imprevedibile’ destino, va in qualche modo eliminato: è questa la morale preponderante del film di Minervini. Ma i protagonisti però non sanno, o non sono in grado di comprendere, che si stanno semplicemente auto-distruggendo in un processo a catena che li condurrà inevitabilmente verso la morte.
Nonostante la triste realtà che viene raccontata nel lungometraggio, il cineasta italiano sembra essere troppo di parte, rivelandoci la situazione in cui versa la Louisiana solo in alcune zone e secondo il suo personale punto di vista. Una visione più oggettiva avrebbe sicuramente chiarito, con maggiore imparzialità, le condizioni di vita dei cittadini e le mosse politiche del governo, aspetto ‘trascurato’ invece da Minervini, il quale lo ha lasciato completamente in ombra. Con questa mossa il regista ha cercato di non assillare lo spettatore e tanto meno di convincerlo sulla realtà dei fatti, dosando con precisione la durata del film, incanalato in circa 90 minuti che risultano proporzionali al dramma e all’orrore mostrati durante l’intera vicenda.
L’inabissamento della Louisiana va sicuramente paragonato alla situazione attuale italiana, forse non in egual misura, ma sicuramente cercando un certo tipo di confronto con un altro paese che, in definitiva, non è tanto diverso dal nostro. La scelta inoltre di raccontare il dramma di una collettività ‘invisibile’ attraverso un lungometraggio può essere attribuita al fatto di non volersi sbilanciare oltremodo, manifestando l’evidenza di una cruda realtà in una sorta di ‘falso’ documentario, a tratti quasi illusorio. Lo spettatore infatti rimane sempre in bilico tra lo stupore e quel senso di quiete che gli fa credere di stare osservando “soltanto un film”.
È evidente che non possiamo sperare di risolvere i problemi del mondo attraverso il cinema e le sue infinite prospettive, ma va riconosciuto il merito a Minervini di aver affrontato con grande coraggio una parentesi così ‘buia’ della storia dell’umanità.

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