L’ospite: Duccio Chiarini e il precariato sentimentale

Ospite

Daniele Parisi protagonista de L’Ospite

Nella società del tempo fugit, delle corse per il lavoro, lo studio, il tempo che non è mai abbastanza, tornare a casa, lanciare borse e vestiti dove capitano, accendere il televisore e buttarsi sul divano, diventa un rituale dal sapore catartico. E, a ben pensarci, c’è qualcosa di davvero unico nell’oggetto “divano”. Pezzo di arredamento (im)mobile e costante in una vita che di immobile e costante ha ben poco, il divano diviene custode di segreti, confessioni, pianti, telefoni lanciati e abbracci rubati. Ci sediamo su di lui e ci facciamo avvolgere affidando al suo spesso rivestimento sogni, fatiche, e sfoghi improvvisi. Sempre uguali, eppure sempre diversi, su di lui ci sdraiamo, ci sediamo, come proprietari, o come ospiti.
Il divano, quell’arredamento così futile per quella sua presenza data per scontata nelle nostre vite, è il leitmotiv visivo del cambiamento interiore e personale di Guido, protagonista de L’Ospite, il nuovo film del regista fiorentino Duccio Chiarini.
La commedia segue la relazione di Guido e Chiara, messa in crisi dalla possibilità di una gravidanza. Mentre lui si sente pronto per la paternità, lei ci vuole pensare. Nell’attesa Guido, sperando di farle cambiare idea, se ne va di casa ottenendo ospitalità dai genitori e dagli amici, diventando testimone di storie che non conosceva fino in fondo.

Silvia D’Amico e Daniele Parisi

L’ospite di Chiarini non è un essere estraneo che fa suo, contaminando con la propria presenza, l’equilibrio in realtà precario delle coppie che lo circondano. Il suo ospite è un uomo che proprio nella sua estraneità osserva e impara dalle situazioni a cui assiste, reduplicando la figura dello spettatore, essere ospitato dalla sala cinematografica.
Quello di Chiarini è un progetto che nasce dall’essenza umana, un “life in the making” generato dalla tempesta di ricordi e vita vissuta, improntato su uno schema di sottrazione che riduce le urla in sospiri e il dolore in tenui, profondi singhiozzi. Il film si eleva a perfetta fotografia di una realtà dove i sentimenti, come il lavoro, vivono sul filo del precariato.
Operando “per levare”, Chiarini – un po’ come faceva Michelangelo Buonarroti con le sue sculture – ricerca l’anima pura, essenziale e per questo vera dei suoi personaggi. Il regista toglie il superfluo, il peso che separa l’essenza umana per recuperare la verità del momento; scava, rompe il filtro superficiale e artificioso della realtà per trovare il diamante grezzo nascosto nel buio interiore dei propri protagonisti. Si creano così delle fratture nell’opulento mondo cinematografico dove tutto è sogno e il lieto fine è dietro l’angolo, dando la possibilità al realismo di farsi largo e trovare una breccia con cui imporsi sullo schermo creando un ponte sentimentale tra sé e lo spettatore. Con L’Ospite l’Italia ha trovato il suo Noah Baumbach. Sarcastico, tagliente e infuso di quell’autorironia tipicamente toscana, il film di Chiarini racconta la fine di una storia spogliandosi di stereotipi per vestirsi di realtà e naturalezza. Il film si tramuta in esplorazione di una generazione, un viaggio on the road atipico dove alla strada si sostituiscono le case degli altri (genitori, amici) e alle tende i divani.

Il passato da documentarista di Duccio Chiarini si ritrova non solo nello stile registico fatto di piani sequenza e inquadrature fisse e ampie, pronte ad accogliere i personaggi come animali sociali per mostrarsi nella loro fragilità, ma anche in una scrittura snella, fresca, realistica nata dal fiume di esperienze personali o raccolte per strada osservando gli altri. La bellezza de L’Ospite sta tutta qui, nel registrare la realtà come carta carbone filtrata dall’apparente verità cinematografica, abitandola non di eroi o singoli protagonisti, ma di una coralità umana. Il suo Guido si evolve nel corso della storia non tanto per eventi personali, quanto grazie all’intromissione nella sua linea narrativa di sottotrame altrui fatti di (in)successi, debolezze e sbagli che porteranno il giovane a migliorarsi e comprendere i propri errori. Insieme alla coppia protagonista formata da Daniele Parisi e Silvia D’Amico, da lodare le performance dei loro comprimari, da Guglielmo Favilla, a Thony (già vista in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì con Luca Marinelli) fino a Sergio Pierattini (Piuma).
 Nella sua spontaneità il film di Chiarini si presenta come una semplice storia di esseri umani e non di personaggi stereotipati. I suoi sono uomini che non hanno paura di piangere e donne incinte che tradiscono (sebbene solo platonicamente) i propri mariti ribaltando i ruoli a loro imposti da una società fondata su ideali obsoleti. Con L’Ospite il cineasta fiorentino ha dimostrato come si possa raccontare il quotidiano con delicatezza e in sottrazione, infondendolo semplicemente di calore umano e garbato acume.

Ospite

Tutto nel film è perfettamente calibrato, dosato con cura per dar vita a una leggera carezza, o un corpo rannicchiato in un abbraccio auto-consolatorio sul proprio divano. Dalla fotografia tenue e naturale come il mondo che colora, alla musica mai invasiva, ma impiegata come leggero accompagnamento, L’ospite è una commedia leggera, delicata. Una sottolineatura sentimentale che raggiunge il proprio apice emotivo con il cameo di Brunori Sas e la sua “Un errore di distrazione” canzone scritta appositamente per il film che va a suggellare un discorso gentile e vero, come gentile e vero è il sorriso del suo protagonista, lasciato libero e seduto sul proprio divano mentre la cinepresa, piano piano, si allontana in un silenzioso commiato.

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