Il Maestro di Alessandro Di Stefano, con protagonista Pierfrancesco Favino, ci ricorda l’importanza della sconfitta e del rivendicare la propria esistenza oltre il successo.

Di cosa parla Il Maestro?

Estate, fine anni Ottanta. Dopo anni di allenamenti duri e regole ferree, Felice (Tiziano Menichelli), tredici anni e sulle spalle tutte le aspettative paterne, arriva finalmente ad affrontare i tornei nazionali di tennis. Per prepararlo al meglio, il padre lo affida al sedicente ex campione Raul Gatti (Pierfrancesco Favino), che vanta addirittura un ottavo di finale negli Internazionali d’Italia al Foro Italico. Di partita in partita, i due iniziano un viaggio lungo la costa italiana che, tra sconfitte, bugie e incontri bizzarri, porterà Felice a scoprire il sapore della libertà e Raul a intravedere la possibilità di un nuovo inizio.

Credits Andrea Miconi

Quando la sconfitta insegna più della vittoria

Il Maestro di Alessandro Di Stefano non è un film sul tennis: è una confessione sul valore di perdere, sul fallimento come atto di liberazione e sulla fragilità trasformata in crescita. Da un lato abbiamo Raul che incarna perfettamente l’antieroe che le nostre società respingono: un ex promessa del tennis, vittima della sua stessa ambizione, sopravvissuto solo grazie a rimpianti e sogni intrappolati. Il film ci consegna così un protagonista il cui eroismo non si misura in vittorie, ma in resilienza. Dall’altro troviamo Felice, un tredicenne che è il perfetto oggetto del desiderio di successo, fomentato da un padre fanatico e incapace di vivere al di fuori di quella bolla di perfezione.

L’incontro tra questi due personaggi si trasforma in una sfida sul campo più difficile, quello emotivo, dove le sconfitte hanno più senso delle vittorie. Alessandro Di Stefano, co-sceneggiatore insieme a Ludovica Rampoldi, ci ricorda che molte volte nel fallimento si scopre la libertà.

Credits Andrea Miconi

La società del successo a ogni costo

Nella società attuale, dove l’espressione massima dell’esistenza è il successo personale, Il Maestro sradica questa idea e ci riporta a una dimensione più umana. L’esistenza ha senso senza il successo, si ha valore come individui al di là dei nostri traguardi personali. Non tutti sono destinati a essere i numeri uno, però ognuno è destinato a essere se stesso.

Il ritmo del film ce lo ricorda. La narrazione, sospesa tra la commedia all’italiana e il dramma esistenziale, è strutturata esattamente come una lunga partita di tennis: ogni scambio è intenso, ogni errore è figlio della stanchezza, ogni parola non detta è una bugia celata, ma tutto serve a crescere.

Com’è il film?

Il Maestro ci ricorda che il vero successo è sapersi rialzare dopo la caduta. In un mondo che celebra solo i vincitori, questo film osa invece trovare bellezza e saggezza nella sconfitta e in due vite che si salvano a vicenda solo imparando a perdere.