HUMANDROID, la recensione

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Neil Blomkamp è uno dei volti fondamentali della fantascienza di oggi e, allo stesso tempo, la fantascienza di ieri confluisce nel lavoro di Blomkamp, palesandosi come omaggio e infinita fonte d’ispirazione. L’abilità del giovane cineasta sudafricano è quella di essere in grado di fondere perfettamente quest’ultima con una materia sociale e una firma visiva inconfondibili che ripongono le proprie radici in una grigia realtà di appartenenza, piegata da un costante clima di tensione, figlio del ricordo dell’apartheid (tema preso di petto nell’ottimo film d’esordio District 9).
Chappie, ultima fatica del regista arrivata in Italia con il titolo Humandroid, il quale lascia ben poco spazio all’immaginazione, non si tira certo indietro da questo suo dogma cinematografico e, sotterrando il discutibile esperimento di Elysium, balza all’occhio del vero appassionato di fantascienza (comunicando direttamente con lui e non commettendo il comune errore di considerarlo un novizio) e rispolvera pellicole e tematiche ritenute dei veri e propri punti cardine del genere, donando loro nuova linfa e vigore attraverso un’avventura che preme coscientemente sull’acceleratore dell’emotività, vero suo punto di forza. Ecco, allora, che le vicende dell’ingenuo robot riportano alla mente gli scritti di Isaac Asimov e le sue ‘leggi della robotica’, ma anche film come Corto Circuito (nel concetto di educazione infantile) e Robocop (nell’utilizzo di androidi come forza d’attacco e di difesa ai fini della sicurezza cittadina) ma, più di tutti, emerge l’opera che racchiude la vera culla tematica di Chappie nella sua forma completa: Ghost in the Shell. Il noto franchise cyberpunk lanciato da Shirow Masamune si manifesta indirettamente nell’immagine chiave di una coscienza puramente artificiale che possa essere ‘scaricata’ o diventare tutt’uno con il cyberspazio.
Come Ghost in the Shell, anche la pellicola di Blomkamp manifesta la volontà d’indagare il concetto, strettamente religioso, di creazione e di avvicinamento dell’essere umano al ruolo di divinità; e, così come l’uomo (il giovane scienziato interpretato da Dev Patel, in questo caso) si riscopre divinità creatrice, l’intelligenza artificiale (Chappie) inizia a percepire l’umano peso delle infinite domande legate alla paura della sofferenza e della mortalità. Interessante, inoltre, l’intenzione di Blomkamp d’insistere sulla naturale scissione della figura del creatore da quella dei genitori. Il ruolo dei ‘genitori adottivi’ di Chappie è qui ricoperto da una delle coppie più improbabili del mondo dello spettacolo: i Die Antwoord. Il duetto rap, originario di Città del Capo e formato dai camaleontici Ninja e Yolandi Visser, fonde il proprio stile indefinibile, urbano e kitsch, con lo sguardo critico del regista, trasformandosi in un vero monumento alla realtà parallela che esiste tra le pieghe della società e che vivacizza e colora un film in grado di porre sullo stesso piano un incalzante intrattenimento (merito anche del cattivissimo Hugh Jackman) e un elevato dialogo filosofico.
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