FREE STATE OF JONES, la recensione del film con Matthew McConaughey

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Il poster italiano del film di Gary Ross Free State of Jones
Quattro anni dopo il fanta-politico Hunger Games, blockbuster che ha inaugurato la fortunata saga tratta dai romanzi di Suzanne Collins, Gary Ross torna dietro la macchina da presa con un dramma storico interpretato dal premio Oscar Matthew McConaughey (Interstellar, Dallas Buyer Club): Free State of Jones.
Brillante e versatile, McConaughey è impeccabile e bravissimo anche in questo ruolo e ciò va detto subito, sia per onestà intellettuale sia perché, forse, dalla pellicola non si può estrarre nient’altro di davvero indimenticabile.
Siamo nella guerra di secessione americana, durante i giorni più aspri del conflitto, Newt Knight è un infermiere di guerra il quale, in seguito ad una terribile tragedia, decide di disertare e dichiarare la propria estraneità dal conflitto in corso. Assieme ad un gruppo di rifugiati, Newton combatte per dare vita allo Stato Libero di Jones, una piccola contea estranea e separata dagli Stati della confederazione.
Gary Ross racconta gli eventi accaduti con un taglio asciutto e realistico, limitando la retorica visiva per dare spazio ad un cinema di dialoghi e lunghi discorsi. Il problema principale del film è che, nonostante una fattura pregevole, non riesce a strapparsi di dosso la sensazione di essere un adattamento nato a scopo informativo e didattico più che un’opera con intenti artistici. La fotografia è probabilmente l’elemento filmico che più soffre di questa doppia natura. Le immagini di Benoît Delhomme sono a tratti affascinanti, bilanciate su giochi di luce che richiamano atmosfere pittoriche, e a tratti statiche, desaturate e televisive (e non nel senso positivo del termine).
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Free State of Jones – Photo: courtesy of 01 Distribution
Risulta quasi inspiegabile l’inserimento di una sottotrama ambientata 85 anni dopo gli eventi mostrati nella pellicola e riguardante i discendenti di Newt. Non solo gli intermezzi del processo ai presunti figli di Newt, che scandiscono gli atti della narrazione legata alla contea di Jones, sono diretti senza troppa cura, ma paiono anche troppo brevi per diventare significativi agli occhi del pubblico. È chiaro ciò che il regista vuole dire con queste aggiunte, ma la poca fluidità e l’esitazione costante con cui si alternano i momenti delle due epoche fa pensare ad un possibile doppio taglio del montaggio.
Free State of Jones non è un prodotto totalmente antiestetico e disarmonico; presenta situazioni molto pregevoli e interessanti che però non impediscono alla pellicola di pesare e sembrare molto più lungo della sua durata. Pochi minuti dopo la visione non resta che il ricordo di ottime prove attoriali, la curiosità per una storia nella storia (dell’America) decisamente affascinante, nonostante non sia mai sviluppata con un ritmo adeguato. Viene quindi da pensare al maestro Stanley Kubrick, al suo Barry Lyndon e a come, raccontando le guerre, gli avvenimenti che hanno segnato i libri di storia, abbia in realtà parlato del presente degli uomini, delle condizioni della società, del patriottismo. Tutti argomenti derivati dall’agire dei personaggi nel film ma mai semplicemente traslati dal passato ad oggi. In questo modo il cinema si mantiene attuale e, purtroppo, Free State of Jones, tralasciando i molti meriti, appare più un sottofondo ad una visita di un museo che una chiave interpretativa della contemporaneità.
Consigliato a: gli amanti delle ricostruzioni storiche fedeli e realistiche.
Gabriele Lingiardi

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