CHILD 44-IL BAMBINO NUMERO 44, la recensione

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CHILD 44
“Non ci sono crimini in Paradiso.”
La storia dell’uomo si è macchiata di atrocità e delitti di ogni genere. Lì dove il sangue non è visibile, subentrano violenze di natura psicologica che, spesso, riescono a colpire più duramente, poiché arrivano a scalfire gli animi e manipolano la natura stessa delle persone. E’ allora che vengono alla luce i mostri. Una caccia al mostro, ambientata nella fredda Russia stalinista, è al centro di questo sontuoso thriller in costume diretto da Daniel Espinosa (Safe House, Snabba Cash) e tratto dal primo omonimo romanzo datato 1998 della trilogia letteraria nata dalla penna di Tom Rob Smith. L’opera di Smith pone al lettore un interessante quesito morale: è più pericoloso il mostro che la società rifiuta o quello che la società esalta? Dato per scontato che essa contribuisce a creare entrambi.
In parte ispirata alla vera storia di Andrej Romanovič Čikatilo, noto come il ‘Macellaio di Rostov’ (serial killer portato sul grande schermo anche da Malcolm McDowell in Evilenko), la pellicola di Espinosa segue le vicende dell’eroe di guerra Leo Demidov (un memorabile Tom Hardy) che, nel ruolo di agente della Polizia sovietica, si rifiuta di denunciare l’amata moglie Raisa (la bravissima Noomi Rapace), giovane insegnante di scuola, accusata di aver ordito contro il regime. Il ruolo ricoperto fino a quel momento permetterà loro di mantenere salva la vita ma il prestigio è tanto difficile da conquistare quanto facile da perdere. La coppia viene, quindi, esiliata e inviata nel grigio avamposto industriale di Volsk, al comando del severo Generale Mikhail Nesterov (Gary Oldman) che, con moglie e figli al seguito, ha preso la ferma decisione di volgere lo sguardo lontano dal sistema. L’efferato omicidio di alcuni bambini, rinvenuti sui binari delle principali stazioni della regione, metterà in moto le indagini di Demidov e Nesterov. Il dramma personale e la rabbia di un singolo uomo s’intrecceranno, allora, con quelli di decine di famiglie che hanno visto i propri figli venire brutalmente assassinati da un pericoloso e fatiscente individuo, sotto gli occhi gelidi di una società che, nella sua supposta infallibilità e perfezione, rifiuta categoricamente l’idea di aver contribuito a dare vita a tale abominio, ritenuto invece un naturale prodotto del mondo capitalista.
CHILD 44
Bisogna innanzitutto sottolineare un elemento fondamentale della versione originale di Child 44 che verrà completamente a mancare nella trasposizione italiana, in uno di quei rari casi in cui questo passaggio potrebbe risultare un bene: stiamo parlando della scelta di far recitare un intero cast in una lingua inglese piegata all’accento russo. Pur apprezzando il tentativo di immergersi nel profondo di un contesto distante in tutto per tutto da quello di partenza, l’effetto ottenuto risulta quantomeno straniante (se non risibile), lì dove viene a mancare ogni necessità di differenziare un personaggio da un altro attraverso un espediente di accenti. L’atmosfera di terrore e di brutalità psicologica nella quale arrancano i diversi personaggi si percepisce con prepotenza e si ricorre spesso a un tipo di esagerazione che sembra richiamare i vecchi film di propaganda antisovietica ma, ciononostante, l’affresco generale contribuisce a rafforzare la drammatica interpretazione di un cast di alto livello.
L’acceso scontro tra le forti e opposte personalità di Demidov e del suo sadico rivale in carriera Vasili (Joel Kinnaman), vero collante e diluente degli oltre 130 minuti di pellicola, non riesce, tuttavia, a tenere in piedi la storia nei momenti in cui questa fatica a percorrere contemporaneamente due linee guida: quella delle disavventure di Leo e Raisa unita a quella della caccia al serial killer. La sensazione che ne deriva è che i due fili conduttori pecchino in una sproporzione emotiva e di durata temporale, aggravata dall’inserimento di elementi, come il momento dello scontro nel vagone del treno, senza apparente utilità narrativa.
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