AD ASTRA, un viaggio intimo nello spazio immenso – Recensione del film di James Gray

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ad astra recensione

Esplorare la psicologia dell’uomo tra spazio e tempo. È una delle costanti del cinema di James Gray, regista di Little Odessa e C’era una volta a New York, che torna sulla scena con la sua ultima fatica, Ad Astra, in concorso a Venezia 76.
Esplorare è la missione cinematografica di Gray che, questa volta, sceglie di raccontare il viaggio interiore di un uomo, Roy McBride (Brad Pitt), alla ricerca del padre in un contesto immenso come l’universo. Ad Astra è una sorta di sequel spirituale di Civiltà Perduta che gioca con la fascinazione delle immagini, i ritmi dilatati e le impercettibili emozioni con l’intento di amplificarne il volume e la portata.
Gray si cimenta con un’opera matura e ambiziosa che trascende i confini della fantascienza e propone una riflessione sul senso della vita e la natura dell’esistenza umana. È il dubbio, la necessità di trovare risposte a interrogativi sospesi, che spinge Roy a intraprendere una missione nella funerea vastità dell’universo, in una dimensione astratta dove la libertà abbraccia la terrificante sensazione di solitudine e isolamento.
Filosofico e poetico, Ad Astra è un film d’atmosfera, di rottura e contemplazione, che estende il dialogo intimista a una dimensione più ampia, umana e collettiva. Profuma di resa di conti l’incontro tra Roy e Clifford (Tommy Lee Jones), un confronto risolutivo sul rapporto non-rapporto tra padre e figlio che si consuma in prossimità degli anelli di Nettuno.

Ad Astra sembra provenire dall’immaginario del 2001: Odissea nello spazio di Arthur C. Clarke, in cui gli spazi infiniti del cosmo non sono mai più pericolosi dell’uomo stesso. L’attenzione ai dettagli è alta, anche se non sempre plausibile, negli ambienti e nelle reazioni fisiche, soprattutto nella prima parte. Le molte trame e sottotrame imbastite non riescono però a incastrarsi con il giusto meccanismo. Una sceneggiatura incompita, che avrebbe avuto bisogno di un editor per limare alcune asperità.
È questo un segno della lunga lavorazione che ha subito il film, tra riscritture e rimontaggi, portandolo a diventare un Hydra a tre teste come tre linee di racconto: quella intima tra padre e figlio, quella globale dei conflitti per le risorse, e quella rappresentata dal senso della missione spaziale. Tolta una il film regge. Tolte due anche. Manca un corpo al film, così sommerso dalla voglia di divenire un simbolo tanto da dimenticarsi di costruire le fondamenta.
Quello che resta, oltre agli effetti visivi, è il rimpianto di tante buone non perfettamente assemblate. James Gray ama la materia, e si vede. Ad Astra si apre con una sequenza eccezionale, in cui il regista si prende il tempo di costruire la tensione e inquadrare lo spazio in cui si svolgerà l’azione. Prosegue con una buona trovata: una stazione lunare in guerra per le risorse, pirati della luna, inseguimenti su rover spaziali alla Mad Max. Ma finisce per dilapidare il tutto contraddicendo molte delle premesse. Come possiamo identificarci con Roy che mantiene un battito cardiaco costante a 80 durante una caduta libera, ma perdere completamente il senno in situazioni molto più statiche e meno rischiose? 
Dall’alba del cinema la luna e il viaggio si fanno materia prediletta di fotogrammi in movimento. Riempiono immaginari, costruiscono mondi e aprono al futuro. Per questo motivo l’operazione di Ad Astra non può che essere ammirata per il coraggio di proporre una sceneggiatura originale (per quanto non riuscita) e di fare una fantascienza adulta e ponderata. Serviva però più cura, più voglia di approfondire l’ignoto e meno alterità autoriale per rendere il film una pietra miliare. Resta invece un’opera difficile da classificare, un tentativo affascinante per il ritorno di una fantascienza classica… che valeva la pena compiere.
Andrea Rurali & Gabriele Lingiardi