A House of Dynamite di Kathryn Bigelow è un’esplosione silenziosa che ci offre la consapevolezza dell’annientamento.
Di cosa parla A House of Dynamite?
Quando un missile di provenienza ignota viene lanciato contro gli Stati Uniti, inizia una corsa contro il tempo per stabilire chi ne sia responsabile e come reagire.
Un film tragicamente attuale
Kathryn Bigelow ritorna alla regia dopo otto anni di silenzio con A House of Dynamite, e lo fa al Festival di Venezia come chi getta una bomba sul tappeto rosso. Il film parte da un’idea brutale e semplice: un missile nucleare è in volo verso gli Stati Uniti. Non c’è tempo per pensare, solo per reagire, ma la regista indugia e ci costringe a pensare. E a farlo a lungo.
Bigelow non costruisce un semplice thriller mostrandoci la fragilità del potere e la percezione di un pericolo latente, ma ce lo fa provare sulla nostra pelle. La sua struttura suddivisa in tre prospettive diverse, che raccontano lo stesso momento fatale, trasforma un unico scenario di distruzione in riflessione continua. La base militare in Alaska, la Situation Room, e il punto di vista del Presidente si susseguono in un crescendo che moltiplica l’angoscia e la responsabilità. Ogni punto di vista aggiunge uno strato di tensione e il pubblico si trova a vivere la stessa ora fatale da più angolazioni senza mai trovare conforto.

In un mondo vulnerabile e iperarmato che oggi vive di escalation geopolitiche e di crisi nascoste, il film è più che attuale: A House of Dynamite non è fantascienza, ma un manifesto che ci ricorda che viviamo letteralmente in una casa piena di dinamite.
Senza consolazione
A House of Dynamite non nasconde la violenza, ma non offre nemmeno consolazione. Il film è come una lente d’ingrandimento su ciò che non vogliamo guardare. Bigelow mette a nudo la paura dell’annientamento e la nostra assuefazione al rischio nucleare che non riguarda un futuro distopico, ma tutti noi in questo preciso istante.
A House of Dynamite, incastonato nell’attualità geopolitica, è un film che spinge all’azione intellettuale. Non solo un thriller, ma un’esigenza morale che pone domande senza risposte consolanti: Quanto siamo davvero lontani da questo scenario? Cosa accade se il conto alla rovescia non si ferma?
Il cast e la regia, nervosa ma impeccabile, sono gli elementi che maggiormente colpiscono l’attenzione in un connubio di paure personali e responsabilità globali.

Quanto tempo ci resta?
A House of Dyanmite è un’opera potente, inquietante e indimenticabile. Il finale non libera lo spettatore e, anzi, la regista rimarca concetti chiari e spaventosi; quelli della sospensione e della consapevolezza. E la consapevolezza, a volte, è più terrificante di qualsiasi detonazione.
Uscendo dalla sala non ci si chiede com’è stato il film?, ma, forse, quanto tempo ci resta?
