Cinque anni dopo l’ultimo – discutibile – capitolo della saga, torna nelle sale Resident Evil, ottavo episodio e secondo reboot cinematografico di uno dei media franchise più articolati, prolifici e amati della storia.

Risollevare la saga

Capostipite del genere survival horror e tra i principali artefici della nuova ondata di popolarità degli zombie a partire dai primi anni duemila, l’universo di Resident Evil ha tuttavia subito delle forti battute di arresto recentemente: sia il reboot Welcome to Raccoon City del 2021 sia l’omonima serie tv targata Netflix del 2022 (cancellata dopo appena una stagione) si sono rivelati dei completi fiaschi, tanto dal punto di vista economico quanto da quello di apprezzamento dei fan.

Per risollevare le sorti del franchise (almeno quelle cinematografiche) e dare nuova linfa a una storia che sembrava aver esaurito le frecce al proprio arco, si è deciso di puntare su chi, fino ad oggi, di errori non ne ha fatti mai. La regia e la sceneggiatura sono infatti firmate da Zach Cregger (Barbarian, Weapons) vero e proprio Re Mida del cinema horror degli ultimi anni. Scelta azzeccatissima.

Austin Abrams e il suo primo incontro ravvicinato – Foto: Resident Evil, la recensione del reboot diretto da Zach Cregger

Cambio di registro

L’idea vincente di Cregger è quella di allontanarsi notevolmente da quanto finora lo spettatore aveva immagazzinato dai capitoli precedenti. Non più un action movie focalizzato su un’eroina che ammazza zombie dalle fattezze iconograficamente standardizzate: Resident Evil è un classico “Viaggio dell’Eroe”, con tanto di MacGuffin di hitchcockiana memoria, declinato in chiave horror. L’eroe, nel nostro caso, è il giovane corriere medico Bryan (Austin Abrams), che suo malgrado si ritrova a dover consegnare una misteriosa borsa medica al Raccoon City Hospital. Ovviamente, il pandemonio è dietro l’angolo.

Il contesto “classico” di Resident Evil viene definito soltanto da informazioni di contorno, che vengono fornite da personaggi accessori: l’esistenza vaga di una Umbrella Corporation, il fatto che la situazione sia sfuggita di mano durante un esperimento in laboratorio, e così via.

L’intenzione di prendere le distanze dal passato è chiara anche dalla scelta di adottare in numerose situazioni il registro comico, linea ormai comune nel cinema horror di cassetta, ma che mai prima di oggi si pensava di poter abbinare alla saga di Resident Evil. Le mutazioni causate dal virus e le dinamiche di scontro con i mostri strizzano inoltre l’occhio al body horror (si veda la formidabile rappresentazione del reparto maternità all’interno dell’ospedale) più che alla fantascienza apocalittica e allo zombie movie a cui lo spettatore era abituato; anche i richiami al mondo dei videogame, fatta eccezione per qualche inquadratura evidentemente in stile first-person shooter, sono piuttosto labili.

Il protagonista deve consegnare la borsa medica a tutti i costi al Raccoon City Hospital – Foto: Resident Evil, la recensione del reboot diretto da Zach Cregger

Missione compiuta

Quello di Cregger è un rischio: staccarsi tanto poteva essere controproducente e creare ulteriore confusione in una serie già problematica. Invece, Resident Evil è un’operazione completamente riuscita. Nulla di rivoluzionario e forse qualche ammiccamento non necessario nei confronti dello spettatore, certo, però lo stile fresco, idee originali nella messa in scena e una gestione del ritmo notevole rendono questo reboot uno dei migliori (a parere di chi scrive, il migliore) episodi della serie. Se è l’inizio di qualcosa di nuovo e che potrà prolungarsi negli anni sarà solo il tempo a dirlo, di sicuro è una luce in fondo a un oscuro tunnel narrativo dal quale la saga non sembrava più in grado di poter uscire.