A trent’anni dal primo film, Toy Story 5 torna a interrogarsi sul cambiamento. Questa volta, però, il nemico non è il tempo che passa, ma un mondo che evolve più velocemente dei suoi protagonisti.

L’impossibile arte di tornare

La domanda che aleggia su Toy Story 5 è la stessa che accompagna ogni nuovo capitolo della saga da almeno quindici anni: serve davvero?

Toy Story è una di quelle rarissime saghe che ha avuto il privilegio di chiudersi nel modo giusto. Più di una volta. Toy Story 3 sembrava il finale perfetto, mentre Toy Story 4 aveva trovato una ragione inaspettata per esistere, regalando a Woody un addio sorprendentemente maturo. Arrivati al quinto film, il rischio era quello di trovarsi davanti a un capitolo incapace di giustificare la propria presenza.

Eppure Toy Story 5 una ragione per esistere la trova. Non perché rivoluzioni la saga o racconti qualcosa di completamente nuovo, ma perché sposta il focus del racconto. Per la prima volta il problema non è essere dimenticati da un bambino che cresce, ma capire cosa significhi continuare ad avere un ruolo in un mondo che cambia più velocemente di quanto si riesca a comprendere.

(L-R): Smarty Pants, Atlas, Snappy, Bullseye, and Jessie in Disney and Pixar’s TOY STORY 5. Photo courtesy of Pixar. © 2026 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

Giocattoli e tecnologia

La premessa poteva facilmente trasformarsi in una riflessione nostalgica sul passato e in una critica superficiale alla tecnologia, ma fortunatamente il film sceglie una strada molto più interessante.

Toy Story 5 non trasforma il digitale in un antagonista e non idealizza il gioco tradizionale, ma, piuttosto, racconta lo spaesamento di chi vede cambiare le regole del gioco e si ritrova a interrogarsi sul proprio posto all’interno di una realtà diversa da quella che conosceva.

È proprio questo equilibrio a rendere il film più intelligente di quanto il concept possa suggerire inizialmente. La tecnologia non viene presentata come il problema, ma come il simbolo di un cambiamento inevitabile con cui tutti (giocattoli compresi), prima o poi, sono costretti a confrontarsi.

Una scrittura che sa ancora colpire

La vera forza del film resta la scrittura. Non tanto per una trama particolarmente innovativa, quanto per la capacità di trasformare emozioni universali in qualcosa di immediatamente riconoscibile; la paura di essere sostituiti, la difficoltà di accettare il cambiamento e il bisogno di sentirsi ancora importanti per qualcuno.

Temi che Pixar affronta da anni, ma che qui vengono raccontati con una leggerezza che non scivola mai nella superficialità.

Il film è molto divertente, spesso brillante nei dialoghi e nel ritmo, ma trova i suoi momenti migliori quando rallenta, quando lascia spazio ai personaggi e alle loro fragilità. La trama è intelligente perché non cerca continuamente il colpo emotivo né punta a replicare le scene iconiche dei capitoli precedenti, ma preferisce una malinconia più sottile, meno appariscente, ma spesso più efficace.

(L-R): Buzz Lightyear (voiced by Tim Allen) and Woody (voiced by Tom Hanks) in Disney and Pixar’s TOY STORY 5. Photo courtesy of Disney/Pixar. © 2025 Disney/Pixar. All Rights Reserved.

I personaggi e il peso del tempo

Se c’è un elemento che continua a tenere insieme la saga, oltre alla scrittura e ai temi, è il modo in cui i personaggi si portano addosso il tempo che passa. In Toy Story 5 questa dimensione diventa ancora più evidente, perché nessuno dei protagonisti è davvero fermo al punto di partenza.

Jessie è forse il personaggio che attraversa la crescita più interessante. La sua paura di essere lasciata indietro, che era già centrale nel secondo film, qui si trasforma in qualcosa di più maturo e meno legato al trauma poiché non è più soltanto il ricordo dell’abbandono a definirla, ma la consapevolezza continua di cosa significhi essere scelti o messi da parte. È una linea emotiva che il film gestisce con una certa delicatezza, senza forzarla mai in modo eccessivo.

Buzz Lightyear, invece, continua il suo percorso di progressiva umanizzazione diventando inaspettatamente il personaggio più divertente del capitolo; l’eroe convinto di essere un ranger spaziale ha ormai lasciato spazio a un personaggio che si muove con meno certezze assolute, più dubbi concreti e più timori (soprattutto in amore). È una trasformazione coerente con quanto costruito nei capitoli precedenti, ma qui trova una maturità più evidente.

E poi c’è Woody e il grande ritorno. Il film non lo tratta come una semplice operazione nostalgia, né come un protagonista da rimettere al centro a tutti i costi. Woody entra nella storia con un peso diverso, quasi laterale rispetto al passato, ma proprio per questo più interessante. Woody è qui una figura che porta con sé una prospettiva già attraversata e una maturità diversa.

In conclusione

Toy Story 5 non è il capitolo migliore della saga e probabilmente non era nemmeno il sequel più necessario, ma è un film scritto con intelligenza, divertente, commovente e sorprendentemente lucido nel modo in cui affronta il rapporto tra tradizione e innovazione, tra immaginazione e tecnologia, tra passato e futuro.

Alcune dinamiche risultano familiari e in certi momenti emerge la sensazione di trovarsi davanti a una storia che cammina su territori già esplorati, ma riesce comunque in un’impresa che sembrava sempre più difficile: trovare qualcosa di nuovo da dire senza tradire ciò che ha reso questa saga così speciale.

E, dopo cinque film, non è affatto un risultato scontato.

REVIEW OVERVIEW
Regia
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Colonna sonora
Interpretazioni
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Michela Vasini
Procrastinatrice seriale, produttrice di film mentali e l'"amica simpatica" della protagonista. Amo il buio della sala cinematografica, ma non disdegno anche un bel film sul divano in un pomeriggio piovoso. Sono alla continua ricerca degli ingredienti necessari a rendere speciale ogni giornata; energie positive, dei buoni amici e un buon sonno. Me and karma vibe like that
toy-story-5-recensione-film-disney-pixarToy Story 5 dimostra ancora una volta perché questa saga continua a funzionare. La scrittura è intelligente, capace di parlare ai più piccoli senza mai trattare gli adulti da spettatori passivi. È divertente, molto brillante, ma trova anche il modo di essere sinceramente commovente quando conta. L'idea di mettere in dialogo il mondo dei giocattoli con quello sempre più digitale dei bambini non è solo attuale: è integrata con naturalezza nella storia e diventa il motore di una riflessione sorprendentemente efficace sul gioco, sull'immaginazione e sul cambiamento. Un sequel che non vive di nostalgia, ma che trova qualcosa di nuovo da dire senza tradire lo spirito della saga.