Die, My Love è il ritorno sul grande schermo di Lynne Ramsay otto anni dopo You Were Never Really Here.
Di cosa parla Die, My Love?
2012. Grace e Jackson sono una coppia che si trasferisce nella casa d’infanzia di lui nelle campagne del Montana. Quando diventano genitori la salute mentale della donna inizia a deteriorarsi, facendola sprofondare in una spirale depressiva che sconvolgerà l’ordine familiare.
Nell’abisso della depressione materna
Il lungometraggio diretto da Lynne Ramsay è basato sul romanzo di Ariana Harwicz Ammazzati amore mio adattato sul grande schermo da Enda Walsh (The House; Small Things Like This) e Alice Birch (Normal People; The End We Start From). L’opera originale ruotava attorno al grande tabù della depressione post-partum, seguendo la vita di una novella mamma nella Francia rurale.
Negli ultimi anni non sono stati pochi i romanzi a trattare il tema, come ad esempio Nightbitch di Rachel Yoder, diventato un film con Amy Adams lo scorso anno. Sebbene di tono e genere completamente diversi, a unire queste due storie è l’idea di una maternità ferina che è sinonimo di trasformazione radicale scaturita dall’evento del generare vita. In entrambi i casi è appunto una mutazione, fisica o psicologica, che investe la neomamma ma che ha cause ben poco soprannaturali quanto piuttosto sociali. La solitudine, la stanchezza, le aspettative e la mancanza di comprensione soprattutto dalle figure maschili che circondano la donna la portano alla disperazione e all’alienazione.

Lynne Ramsay ha respinto duramente tutte le letture del film come un’allegoria sulla depressione post-partum, descrivendola piuttosto come una storia d’amore disperata. Nonostante ciò, è difficile non considerare il tema della maternità come di primaria importanza se non altro come incidente scatenante ma soprattutto come concetto socioculturale: “madre” diventa un marchio imposto a fuoco su Grace, relegata al ruolo di casalinga tradizionale. Non è più compagna né complice, Jackson non le rivolge più attenzioni romantiche e sessuali, rimanendo appiattita in un ruolo stantio e impostole dall’esterno.
Questo porta alla perdita dell’identità e dell’individualità, e ne è sintomo la sua crisi creativa: da quando ha partorito Grace non riesce a riprendere la scrittura del suo “grande romanzo americano”.
La relazione forse più significativa che intreccia la protagonista è quella con la suocera, una straordinaria Sissy Spacek, che in parallelo inizia a soffrire di un pericoloso sonnambulismo dopo la morte del marito. Questi due lutti però non riescono a entrare in profonda relazione, con un riconoscimento soltanto parziale delle proprie similitudini, perdendo un’occasione di confronto che potrebbe potenzialmente beneficiare entrambe.
Madre dolorosa e madre mostruosa
Il genere cinematografico che più ha indagato la figura materna è sicuramente quello del melodramma, dove la madre si sacrifica per il bene dei propri figli e della propria famiglia. Come insegna Linda Williams, il melodramma va a braccetto con l’horror, altro genere in cui le figure materne sono davvero molto frequenti.
Nel suo Return of the Monstrous Feminine, Barbara Creed compie una revisione dell’immagine della madre nell’horror, prendendo come esempio The Babadook di Jennifer Kent il quale propone una rappresentazione materna diversa da quella celebre di Carrie o di Psycho: la madre di Babadook è una madre rabbiosa che respinge ogni ideale naturale di come deve essere una figura materna nel patriarcato. Anche se Grace non ha un rapporto di amore/odio con il suo bambino così profondo come quello di Amelia, la sua figura assume dei tratti mostruosi in quanto soggetto incontrollabile e imprevedibile, carico di rabbia animale. È interessante poi come Creed citi proprio We need to talk about Kevin, forse il film più celebre di Lynne Ramsay, per descrivere un altro esempio di madre rabbiosa. Amelia in The Babadook si affaccia nell’abisso quando si relaziona con la creatura, personificazione del suo dolore e del suo lutto, un confronto che a Grace sembra quasi negato.
In questa lettura dei ruoli di genere il film dialoga inevitabilmente, seppur a modo suo, con film come Jeanne Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles o A woman under the influence ma anche Tully. Il ragionamento sui ruoli di genere è uno dei punti cardine delle battaglie femministe della prima ondata, e non è un caso che la scenografia e l’immaginario rurale che costruisce il film calino la vicenda in un tempo sospeso e ingiallito che ricorda gli anni Cinquanta e Sessanta, tra carta da parati a fiorellini e grandi tavoli di legno scuro. La fotografia perfetta di Seamus McGarvey con l’utilizzo del 35 mm cattura un’atmosfera rarefatta e grezza, dove a risaltare sono gli elementi terrosi e naturali nella brama di unione primordiale della ora bestiale Grace.

Com’è Die, My Love?
Un ritmo narrativo poco bilanciato soprattutto nella seconda parte viene compensato dall’interpretazione magistrale di Jennifer Lawrence, che prende tutto lo spazio dello schermo anche a scapito della seppur ottima interpretazione di Robert Pattinson. Die my Love è un film complesso, doloroso e volutamente respingente, che porta lo spettatore a lottare contro sentimenti del tutto contrastanti. Lynne Ramsay, una delle registe più talentuose della sua generazione, propone una riflessione durissima sui ruoli di genere, mostrando gli orrori del profondo dolore femminile. La sua spietatezza sta nella negazione di qualsiasi domesticazione o catarsi accettabile se non quella del sacrificio estremo, nella (auto)distruzione come unica forma di presenza nel mondo. Se dentro ogni uomo c’è una bestia, dentro ogni donna ce n’è una ancora più grande proprio perché è costantemente repressa.
Il film uscirà nelle sale italiane il 27 novembre 2025.
