Yorgos Lanthimos presenta, in Concorso a Venezia 82, Bugonia, un racconto di complottismo trasformato in una parabola disturbante e attualissima sulla paura, il potere e la manipolazione della verità.
Di cosa parla Bugonia?
Due giovani con l’ossessione dei complotti rapiscono la potente amministratrice delegata di una grande azienda, convinti che sia un’aliena intenzionata a distruggere il pianeta Terra. Questa convinzione dà vita a interrogatori surreali, capovolgimenti psicologici e tensioni grottesche.
Sotto il segno di Lanthimos
Bugonia è un remake in lingua inglese del cult sudcoreano del 2003 Save the Green Planet! di Jang Joon-hwan. Il termine Bugonia richiama un mito virgiliano in cui le api nascono spontaneamente dal corpo di un toro morto ed è usato metaforicamente per esplorare temi quali la follia, la rigenerazione e le ideologie alternative.
Lanthimos crea, ancora una volta, un’opera disturbante sospesa tra la farsa e l’horror, mettendo a nudo l’umanità nella sua forma più ambigua e inquieta. Bugonia eredita dalle pellicole dell’ultimo periodo (ad eccezione di Kinds of Kindness) lo stile elegante e straniante, riuscendo però ad emergere nella sua declinazione più estrema della provocazione. La tematica del complottismo — che va dalle teorie sull’invasione aliena al terrapiattismo — si intreccia con questioni sociali più ampie, come il cambiamento climatico, la manipolazione delle informazioni e l’erosione del concetto di verità condivisa.

La sua satira non è mai gratuita: qui prende il complottismo e lo trasforma in una lente d’ingrandimento sulle paure più diffuse della nostra epoca. Quello che potrebbe sembrare un racconto assurdo e grottesco, in realtà, funziona come un ritratto lucidissimo della nostra società.
Complottismo e fascinazione
Bugonia incarna perfettamente la poetica di Lanthimos e al tempo stesso se ne distacca: è una satira fantascientifica disturbante, ma ancorata a paure assolutamente reali e credibili. Non c’è il cinismo macabro di Kinds of Kindness, ma è piuttosto una dark comedy provocatoria e visivamente ricercata, che mette in scena dinamiche di potere, paranoia e verità distorte. Emma Stone e Jesse Plemons danno corpo a personaggi che sono insieme vittime e carnefici, specchiando l’ambiguità in cui tutti rischiamo di scivolare quando smettiamo di distinguere tra ciò che è vero e ciò che vogliamo credere. Visivamente il film resta elegante e controllato, ma proprio per questo la sua crudeltà colpisce più forte: non ci si può rifugiare in una messa in scena apertamente fantastica, perché Bugonia ci costringe a riconoscerci nella sua realtà.
Lanthimos si affida ancora una volta a un’estetica visiva molto curata, ma senza abbandonarsi del tutto alla messa in scena immaginifica: qui la componente realistica gioca un ruolo chiave, intensificando la sensazione di claustrofobia e di tensione paranoica.

Com’è il film?
Con Bugonia, Lanthimos sembra compiere un passo ulteriore nella sua esplorazione della fragilità umana e della costruzione di verità alternative: è un film che parla della nostra epoca più di quanto non sembri, un’epoca in cui la realtà è costantemente filtrata, manipolata e sospesa tra la paura dell’altro e il bisogno di credere in narrazioni consolatorie. Se nei suoi film precedenti la crudeltà era spesso fine a sé stessa, qui diventa un mezzo per mostrare quanto sia facile smarrire il confine tra follia e fede, tra paranoia e speranza. Bugonia non è soltanto un remake, ma un tassello fondamentale nella poetica del regista greco: un film che prende il grottesco e lo restituisce come uno specchio deformante ma lucidissimo della nostra contemporaneità.
È un’opera disturbante e magnetica, che non lascia indifferenti: Lanthimos non ci regala conforto, ma ci mette di fronte a quanto siamo vulnerabili quando la paura e la disinformazione prendono il sopravvento. Ed è proprio per questo che, ancora una volta, il suo cinema resta necessario.
