VERGINE GIURATA, la recensione

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L’Italia torna alla ribalta con un film che potrebbe rientrare  perfettamente nella categoria del cosiddetto “cinema d’autore”. La pellicola in questione è “Vergine giurata”, opera prima della neofita Laura Bispuri con protagonista Alba Rohwacher (Le meraviglie, La solitudine dei numeri primi), interessante non tanto per l’argomento in sé, ma per il luogo insolito, caustico e poco cinematografico nella quale è ambientata: l’Albania.
Hanna, una giovane albanese, viene spesso maltrattata dal padre per i suoi comportamenti troppo “mascolini” e fuori dalle usanze del suo paese. Costui, anziché ucciderla, decide di farla diventare un uomo, tagliandole i capelli, vestendola come tale e insegnandole a cacciare. Dopo l’improvvisa scomparsa del genitore, Hanna fa un giuramento: rimanere uomo per sempre, preservando la propria verginità. Decide così di trasferirsi in Italia e farsi una nuova vita, sistemandosi a casa di parenti. Inizialmente, la famiglia l’accoglie freddamente e con molta riluttanza ma, comprendendo in seguito la sua sofferenza e il suo disagio, l’aiuterà a trovare un lavoro, degli amici… e forse il primo amore.
Non è un caso, forse, che sia stata scelta la Rohwacher per un ruolo così intenso e complesso: non troppo affascinante e dallo sguardo duro e severo, caratteristiche che probabilmente hanno suscitato il lato maschile necessario a dare credibilità alla sua interpretazione. La pellicola è quasi interamente girata in lingua albanese, con sottotitoli in italiano; un’operazione intelligente da parte dell’esordiente Bispuri, viste le continue accuse verso il doppiaggio italiano che, secondo alcuni, “rovinerebbe” il significato più profondo dei dialoghi, abbassando notevolmente il livello qualitativo dei film. Ma, allo stesso tempo, si tratta di una mossa molto azzardata, dato che la lingua scelta non è certamente tra le più commerciali e potrebbe, di conseguenza, finire con il rendere più difficile la visione della pellicola. Tutto ciò giova comunque al realismo del film, in una forma più concreta e tangibile che colpisce da vicino e che può essere quasi toccata con mano. Forse era questo lo scopo della neo regista.
Ciò che restituisce alla vicenda un impatto più crudo e freddo è, inoltre, l’ambientazione invernale del paese nativo della protagonista: montagne innevate e distese ghiacciate che donano un senso di isolamento completo, quasi come se quella terra appartenesse a un altro mondo, lontano da ogni forma di “civiltà”. Uno stile totalmente personale che si discosta dai molti film drammatici “all’italiana” che escono ogni anno. Tuttavia, a controbilanciare il tutto è sicuramente la durata del film: novanta minuti sono un tempo decisamente breve che finisce con il concludere la storia in modo troppo succinto, tanto da lasciare allo spettatore il dubbio di un ipotetico seguito, o la sensazione di essere stato vittima di un curioso effetto sorpresa: “E’ tutto qui?”.
Non possiamo dire con certezza se, quello adottato in “Vergine Giurata”, sia lo stile prediletto e più congeniale a Laura Bispuri, trattandosi della sua prima fatica cinematografica, ma nulla toglie al fatto che non sia oggettivamente semplice riuscire a raccontare una storia densa ed emotivamente articolata in così poco tempo.
Alberto Vella

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