Venezia 2015: EVEREST di Baltasar Kormákur, la recensione

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Non è questione di altitudine ma di attitudine!
È sul binomio paronomastico che si ‘eleva’ l’intenso Everest, ultima e ‘ipotermica’ fatica del cineasta islandese Baltasar Kormákur presentata nella serata d’apertura della 72ma Mostra del Cinema di Venezia. Nonostante gli scetticismi e le perplessità preventive che circondavano la scelta azzardata di affidare le sorti e gli onori dell’ouverture del Festival ad un prodotto non all’altezza dei suoi predecessori, il film supera l’esame finale e abbatte la diffidenza persistente degli spettatori più esigenti che non avrebbero scommesso sulla sua potenza espressiva in un contesto come quello di Venezia. Il lungometraggio, che si discosta in parte dalla connotazione concettuale del blockbuster puro, se non per un cast di star acclamate a livello internazionale e dell’influenza che esercita Venezia sull’andamento (più o meno positivo) commerciale al box office, ha la forza di riuscire a creare un rapporto emotivo e diretto con lo spettatore, rendendolo partecipe degli eventi che si susseguono durante l’impervia scalata della vetta più alta del continente asiatico.

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Scritto a quattro mani dagli sceneggiatori William Nicholson e Simon Beaufoy e trasposto in immagini dal regista di Contraband e Cani Sciolti, il film segue la storia di due spedizioni di scalatori determinati a raggiungere la vetta dell’Everest, spingendosi oltre ai propri limiti con grande coraggio e volontà. Tra ostacoli insormontabili, l’epico gruppo di avventurieri si troverà coinvolto in una spaventosa tormenta di neve e ben presto l’eterna ossessione di arrivare in cima alla catena himalayana si trasformerà in una lotta per la sopravvivenza.
Everest porta in scena una storia di speranza, devozione e ambizione ma anche di dolore e abnegazione in una cornice drammatica dove le pedine principali si muovono unite per soddisfare un desiderio viscerale ed un’esigenza che diventa una priorità fondamentale, ossia quella di raggiungere la cima di una montagna sfidando la natura e mettendo a repentaglio corpo e mente in onore di un obiettivo quasi irraggiungibile.

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La soglia tra follia e razionalità è soppesata dall’incredibile impatto reale con il quale il traghettatore Kormákur mette in collegamento i personaggi e le situazioni in una dimensione di ‘real reality’ con il pubblico sfruttando l’ausilio della grafica computerizzata (e da un 3D pressoché sterile) e di un discreto quantitativo di escamotage cinematografici per simulare il coinvolgimento empatico tra le parti, riuscendo  così nell’operazione. Il racconto è frammentato in episodi paralleli che ripercorrono il lato introspettivo e le vicende personali dei protagonisti: dall’altruista Rob Hall, interpretato da un brillante Jason Clarke (vero protagonista del film), capo della spedizione che parte per il Nepal lasciando la moglie (una commovente Keira Knightley) in attesa di una bambina, al prode punk rivoluzionario Scott Fischer (Jake Gyllenhaal) che pratica free climbing per apparente diletto e senza un motivo ben preciso, fino ad arrivare al tenace Beck Weathers (Josh Brolin) che, in preda alla neve e a visioni mistiche causate da un collasso della vista, trova la forza dentro di sé, grazie al pensiero dei suoi cari, per rialzarsi e tornare alla vita.

EVEREST

Riprendendo la premessa iniziale, il film, classificabile come ‘thriller ad alta tensione’, dimostra il suo carattere deciso e audace che trova nel paragone con le precedenti aperture da Oscar di Venezia, Birdman e Gravity, seppur più ‘prominenti’ dal punto di vista estetico, l’attitudine a confermare che nonostante le avvisaglie concettuali di inizio Festival la posizione di piacevole sorpresa grazie ad un orchestrazione filmica in grado di suggestionare e di entrare nello schermo per offrire un’esperienza visiva senza limiti. Sulla scia delle atmosfere di Alive-Sopravvissuti a Cliffhanger-L’ultima sfida, Everest elabora un concetto profondo di trascendenza fisica, di una lotta estrema contro sé stessi piuttosto che con la montagna, per comprendere davvero l’importanza dei valori e di cosa l’essere umano sia disposto a rinunciare per soddisfare il proprio istinto, e portare a termine un’impresa straordinaria in nome di un enorme e monumentale spirito di ‘sacrificio’. Un atto destinato a pochi.

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