The Testament of Ann Lee porta al Lido la storia degli Shakers in un biopic musicale che però non riesce a scuotere l’approvazione del pubblico.
Di cosa parla?
Una favola epica ispirata alla vita di Ann Lee (Amanda Seyfried), fondatrice degli Shakers, un movimento religioso radicale nato alla fine del XVIII secolo.
Un biopic musicale senza cuore
The Testament of Anne Lee è una rivisitazione speculativa della vita di Ann Lee, una delle poche leader religiose del XVIII secolo. Lei e i suoi seguaci, noti come Shakers, pregavano attraverso canti e movimenti estatici; atti di devozione tremanti, esuberanti e fisicamente espressivi.
Mona Fastvold firma un’opera che è difficile inquadrare poiché sfugge a ogni etichetta, muovendosi tra un biopic storico, un musical sacro e un dramma intimo. Il film porta sullo schermo la parabola della fondatrice degli Shakers, figura controversa e quasi mitica, che partendo dalla sofferenza personale fu capace di creare una visione comunitaria radicale, incentrata su celibato, uguaglianza e condivisione.

La storia, purtroppo, non riesce ad essere intrigante e si perde attenzione già a metà del film. La regista non riesce a rendere lo sguardo del rigore e della partecipazione della comuinità religiosa e non riesce a trasmettere l’evoluzione di una protagonista che non vive nessun tipo di cambiamento. Amanda Seyfried, al centro del racconto, interpreta Ann Lee con una gamma emotiva che spazia dal dolore lancinante della maternità mancata alla dedizione visionaria della guida spirituale, ma senza metterci il cuore.
Non è un’opera che cerca il consenso; con la sua radicalità visiva e musicale può spiazzare e porre interrogativi che però non vengono mai risolti.
I shake it off, I shake it off
Il film ha una struttura narrativa poco convenzionale e anche, forse, poco interessante. Il lungometraggio si sviluppa con una serie di frammenti visivi e sonori che restituiscono la tensione spirituale del personaggio. I momenti di canto e danza sono slegati anche se costruiti in maniera molto vitale ed entusiasmante; peccato rimangano solo dei puri esercizi di stile e non aiutino per nulla l’evoluzione della storia.
La dimensione musicale è infatti impostata come una vera e propria rappresentazione teatrale dove si predilige la componente scenica rispetto a quella narrativa. La colonna sonora di Daniel Blumberg accompagna e a tratti sovrasta le immagini, fondendo inni originali, improvvisazioni e sonorità arcaiche in un paesaggio sonoro che diventa un linguaggio narrativo che però ha solo un effetto decorativo.

Com’è il film?
In definitiva, The Testament of Ann Lee resta un esperimento formale affascinante ma irrisolto: un’opera che preferisce l’estetica alla sostanza, la ritualità all’introspezione, e che finisce per disperdere la forza della sua protagonista in una serie di immagini e suoni di grande impatto ma di limitata efficacia narrativa.
Un film che colpisce lo sguardo e l’udito, ma che lascia il cuore e la mente meno coinvolti di quanto avrebbe potuto.