THE END OF THE TOUR – Un Viaggio con David Foster Wallace, la recensione

The End of The Tour_Photo: courtesy of Adler Entertainment

Photo: courtesy of Adler Entertainment

“Quando penso a questo viaggio, vedo me e David nella sua auto. Lui vuole qualcosa di meglio di quello che ha. Io voglio esattamente quello che lui ha già.” Cit. David Lipsky
Guardando The End of the Tour, viene giustamente da chiedersi se David Foster Wallace, scrittore statunitense scomparso prematuramente nel 2008 e divenuto autore di culto per aver impresso su carta gli infiniti tormenti e abissi della cosiddetta Generazione X (coloro che sono nati tra gli anni ‘60 e ‘80), prevedendo lucidamente il crescente ruolo dell’elemento tecnologico nelle nostre vite, avrebbe mai accettato l’idea di diventare il soggetto di un film biografico.
In realtà, l’ultima pellicola indipendente del regista James Ponsoldt (The Spectacular Now), tratta dal libro “Come Diventare Se Stessi-David Foster Wallace Si Racconta” di David Lipsky, nutre le sue forti radici mettendo in primo piano un toccante rapporto di amicizia maschile e un acceso scontro dialettico, costruiti attraverso le più classiche meccaniche da Road Movie USA; tra profonde riflessioni generazionali e divertenti elucubrazioni di natura privata, si trangugiano avidamente dolciumi, cibo da fast food e si discute con la più umana scioltezza di donne, sesso e blockbuster di successo. La riuscita di The End of the Tour risiede, quindi, nel rivendicare il proprio ruolo di film semplice, dove per “semplice” s’intende di natura quotidiana e in grado di riflettere la linearità di una vita comune, quasi a presentarci un uomo che, in realtà, ci sembra di frequentare da tempo immemore o che, almeno, avremmo desiderato conoscere più a fondo.
The End of The Tour_Photo: courtesy of Adler Entertainment

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Non c’è dubbio che il vero Wallace avesse una personalità sensibile e riservata, come lasciano intendere anche le poche interviste rilasciate nel corso degli anni, e l’attore Jason Segel (How I Met Your Mother) risulta abile nel saper restituire ai numerosi fan dello scrittore quella sua genuina e tangibile dolcezza spirituale che, complice un’onesta convinzione di dare nel suo piccolo una mano agli altri, lo rende ai nostri occhi degno di fiducia ed empatia. David non cercava di nascondere i propri difetti, né si reputava degno della fama e dell’attenzione ricevute (piuttosto, avrebbe optato per celare sé stesso al resto del mondo); eppure una voce dentro di lui continuava a sussurrargli quanto fosse giusto mettere per iscritto e condividere la propria personale visione e/o esperienza diretta con gli ostacoli che la vita pone puntualmente su ogni cammino.
La forte sensibilità di un individuo può rivelarsi un’arma a doppio taglio, dal momento che spesso giunge accompagnata da incomprensione, estraniazione e solitudine. Wallace viene considerato oggi, come già allora, una mente geniale e un attento osservatore delle differenti pieghe (e piaghe) della società del suo tempo, quella degli anni ‘90, in metamorfosi verso un oscuro mare di contraddizioni e pericoli mascherati da progresso. Tuttavia, nel proprio intimo, il fragile autore portava avanti una strenua lotta contro un altro genere di oscurità, questa volta di natura psichica, e l’estremo successo delle sue opere (in primis Infinite Jest) non faceva altro che intensificare il suo stato d’animo e avvalorare le sue opinioni.
The End of The Tour_Photo: courtesy of Adler Entertainment

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The End of the Tour non basta certo ad analizzare in maniera esaustiva una personalità complessa e lungimirante come quella di David Foster Wallace ma, come un singolo viaggio è stato in grado di illuminare la vita del suo intervistatore (e “rivale” in scrittura), il lungometraggio di Ponsoldt riesce nell’intento di regalarci una breve parentesi di serenità ed equilibrio interiore in compagnia di un uomo tanto elevato nei risultati quanto modesto nelle intenzioni.
Giulio Burini

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