THE BIG SICK, la recensione del film di Michael Showalter

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Kumail Nanjiani e Zoe Kazan in un'immagine di The Big Sick
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Kumail Nanjiani e Zoe Kazan in un’immagine di The Big Sick
The Big Sick potrebbe sembrare una commedia francese, se si osservano solamente le premesse: un giovane aspirante comico, di origini Pakistane vive in America con la sua famiglia, estremamente attaccata alle tradizioni. Un giorno conosce Emily, una bella ragazza di cui si innamora subito. Lei ha sangue totalmente statunitense e Kumail, questo il nome del ragazzo, dovrà affrontare i pregiudizi e gli attriti nati dallo scontro tra due culture differenti per conquistarla e vivere con lei.
Come i prodotti di maggior successo della produzione francofona, il film affronta con graffiante ironia temi di attualità, prende di petto i difetti del pensiero sociale di massa, scardina le convenzioni a colpi di buoni sentimenti. Eppure, addentrandosi nella storia, The Big Sick prende una piega totalmente originale e sorprendente, costruendo dei personaggi tridimensionali indimenticabili.
Lo sceneggiatore Kumail Nanjiani e il regista Michael Showalter rompono le convenzioni del genere romantico proprio dopo avere impostato i primi minuti secondo i canoni e gli stilemi più noti. Il centro del film, ovvero lo scontro culturale, viene deviato improvvisamente dal grande male del titolo, che mette fuori gioco la protagonista femminile. Da questo punto in avanti, la commedia inizia a raccogliere tutto ciò che ha seminato. Kumail dovrà accelerare il suo arco di maturazione per fare fronte alla malattia della sua ragazza, costretta in coma, in bilico tra la vita e la morte, e prendere di petto la situazione. Proprio in quel momento il sapore agrodolce della pellicola riesce a restituire un senso di verità invidiabile. Non che le situazioni vengano riprese con finalità neorealistiche, semplicemente la costruzione dei personaggi, il disegno dei loro sentimenti, restituisce emozioni molto umane e sfaccettate.
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Kumail Nanjiani e Zoe Kazan in un’immagine di The Big Sick
Quello che rende speciale questa commedia è infatti la passione che viene infusa nel raccontare. Il clima sul set, che si percepisce essere straordinario, ha permesso agli attori di interpretare persone, ancora prima che personaggi. I piccoli sguardi, le spinte e gli strattoni che si danno i due amanti, sono piccoli dettagli che elevano il film oltre ogni genere e ogni influenza. C’è un po’di Sognando Beckham, un pizzico de Il mio grosso grasso matrimonio Greco, e un tocco di quel Brooklyn che, nel 2015, raccontava l’amore in funzione del luogo in cui si vive. Queste influenze non schiacciano il film in un qualcosa di già visto ma lo aiutano a creare un sapore completamente nuovo, personale e autoriale, che non faticherà ad essere amato.
The Big Sick è lontano dall’essere un film perfetto: ha troppi finali, scivola un po’ sul sentimentalismo nelle ultime battute, non sempre è graffiante come vorrebbe. Allo stesso tempo però è un prodotto cinematografico girato come molti altri dovrebbero essere realizzati. Il calore che trasmette è anche lente di ingrandimento scomoda sulle idiosincrasie della società. L’amore dei personaggi è immagine dell’unione tra due popoli, quello statunitense e quello Pakistano, che viene inficiata dal grande male della paura.
Non sorprende che in America sia stato così amato, perché ricuce ferite ancora aperte e si immerge nella quotidianità della vita oltreoceano. È più incerta l’accoglienza che verrà riservata dal pubblico Europeo, che forse riceverà meno il messaggio, ma che difficilmente rimarrà indifferente a questa frizzante pellicola, piena di gioia e di voglia di fare cinema.    the big sick recensione

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