Venezia 73: THE BAD BATCH di Ana Lily Amirpour, la recensione

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The Bad Batch: courtesy of La Biennale di Venezia
The Bad Batch: courtesy of La Biennale di Venezia
The Bad Batch: courtesy of La Biennale di Venezia
The Bad Batch: courtesy of La Biennale di Venezia
La regista statunitense di origine iraniana Ana Lily Amirpour si presenta per la prima volta a Venezia, in concorso, con il suo nuovo lavoro The Bad Batch (Il lotto avariato).
Sebbene abbia realizzato sinora un solo film nel 2014 (A Girl Walks Home Alone at Night, da lei definito come “il primo film iraniano vampiresco spaghetti western”) la Amirpour è considerata da molti come la versione femminile di Quentin Tarantino.
In effetti questo Lotto Avariato, ambientato in un deserto al confine con il Texas dove vengono esiliati i rifiuti della società, motra diversi aspetti splatterpulp che inevitabilmente richiamano il Genio di Knoxville.
La protagonista Samantha, interpretata dalla modella britannica Suki Waterhouse (PPZ), dopo essere stata marchiata in quanto appartenente al Lotto Avariato, giunge in una zona abbandonata, deputata ad accogliere i reietti.
Appena il tempo di mangiare un panino, bere dell’acqua sotto un sole cocente, ed ecco che il comitato di benvenuto porge gli ossequi alla malcapitata eroina che tenta un’inutile fuga a piedi. Il destino non sarà favorevole con lei: Samantha viene incatenata, drogata e tagliata a pezzi dagli appartenenti a una società cannibale che non hanno nemmeno il buon cuore di porre fine alle sofferenze delle proprie prede (ma, si sa, il ghiaccio scarseggia nel deserto).
Senza un braccio e una gamba la ragazza non si perde d’animo riuscendo comunque a scappare e, con l’aiuto di un irriconoscibile Jim Carrey, a dirigersi verso l’altra “anima” di questa società di emarginati, la città di Comfort (memorabile la scena in cui, appoggiata la schiena su uno skateboard, si trascina nel deserto fino ad arrivare ad un cartello che indica la direzione per Comfort, sovrastato da un sinistro corvo nero).
La città è governata da una sorta di profeta (Keanu Reeves) che dice di voler provvedere ai bisogni dei suoi figli, cioè di tutti gli abitanti della città, non disdegnando di elargire – durante le feste notturne che organizza – una specie di comunione a base di droghe (sottile riferimento alla religione come oppio dei popoli?). Nobile intento, viste le circostanze, anche se le condizioni di vita sue e dei “figli” non paiono proprio le stesse: lui e le sue guardie del corpo (tutte belle ragazze in dolce attesa di regalargli un erede) sguazzano nella piscina di una villa mentre gli altri si devono accontentare di roulotte disastrate.
In mezzo a tale situazione, a metà fra due società differenti, una selvaggia e cannibale (l’altra apparentemente più civilizzata e vicina alla nostra), l’impavida eroina intesse una storia d’amore con uno dei cannibali (impersonato da Jason Momoa, noto per i ruoli di Khal Drogo nella serie tv Il Trono di Spade e di Aquaman nell’Universo Esteso DC) e, alla fine, decide di lasciare Comfort per tentare una vita insieme a lui.
The Batch Batch è interessante e va apprezzata per la sua originalità, anche se a tratti risulta carente nel chiarire, e rendere comprensibile, il processo con cui la protagonista arriva a compiere determinate scelte, in particolare quella finale. Menzione d’onore alla bravissima attrice, in grado di trasmettere una forte carica sensuale e magnetica nonostante sia menomata, praticamente, per l’intera durata della pellicola.
Paolo Dominoni

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